Tra la prima edizione de Il silenzio degli innocenti e l'uscita in libreria di Hannibal, terzo atto della saga di Thomas Harris dedicata al dottor Hannibal "il Cannibale" Lecter, intercorre più di un decennio.
Harris è uno romanziere lentissimo che - per sua stessa affermazione - considera la scrittura come un'esperienza indicibilmente faticosa. Tra Black Sunday, la sua opera prima, e Red Dragon trascorrono sei anni; tra quest'ultimo e Il silenzio degli innocenti, sette.
Negli anni Novanta, Hannibal Lecter ha assunto lo status di nuovo modello di villain, di "uomo nero" di fine millennio. La pellicola diretta da Jonathan Demme e interpretata da Jodie Foster e Anthony Hopkins si è trasformata in un cult movie planetario intorno al quale sono sorti dibattiti di ogni tipo. Sulla scia del successo riscosso dal Cannibale di Harris, nella letteratura d'intrattenimento e nel cinema di cassetta è sorto un florilegio di serial killer - tanto diabolici e geniali quanto pretestuosi e bidimensionali - pronti a soddisfare le brame di una platea affamata (è proprio il caso di dirlo) di macabre e spettacolari nefandezze.

Dalle voci che di tanto in tanto trapelano, si ha notizia di un Thomas Harris arenatosi senza rimedio nella stesura del manoscritto. E le news che riferiscono di un Dino De Laurentiis - tycoon cinematografico che aveva prodotto Manhunter: Frammenti di un omicidio - impegnato a stimolare la vena creativa del romanziere ospitandolo nella sua villa di Capri e coccolandolo con piatti a base di insalate, pomodori di Sorrento e mozzarelle di bufala, non lascia presagire nulla di buono.

In ogni caso, dopo un'attesa spasmodica - ulteriori rumors riferivano di un Thomas Harris impegnato addirittura a seguire in prima persona le sedute giudiziarie relative al processo del Mostro di Firenze - Hannibal vede alfine la luce.
Il giornalista Corrado Augias è tra i primi a riferire di un incipit del romanzo assolutamente spettacolare che vede Clarice Starling impegnata in un conflitto a fuoco con una spietata e terrificante capo-gang sieropositiva. Niccolò Ammanniti lo loda a sua volta, mentre, al contrario, il collettivo Wu Ming lo fa a pezzi contestandolo in tutto, dallo spessore narrativo e stilistico all'efficacia della traduzione in lingua italiana.

E' il 1999, ho trent'anni e il mio mondo è cambiato. Ho iniziato da pochissimi mesi a insegnare; ho scritto due libri che stanno per riscuotere ottime recensioni; non sono un adulto, ma non posso neanche più rivestire i panni del ragazzino; ho una relazione stabile, ma non so ancora come voglio gestire il mio futuro. Più o meno inconsciamente rifiuto i progetti, allontano le responsabilità.

Ma se nel romanzo il dottor Lecter fa, in fondo, ciò che il pubblico da lui si aspetta, il pugno nello stomaco lo infligge Clarice Starling. Dal punto di vista narrativo sono trascorsi sette anni dagli eventi descritti ne Il silenzio degli innocenti e la giovane allieva dell'FBI si è trasformata in una donna amareggiata e priva di sbocchi professionali, una persona di talento il cui primo, prematuro successo è stato gettato nel dimenticatoio e per la quale le prospettive di carriera appaiono tarpate da giochi politici e burocratici. Una persona destinata a essere fagocitata (ecco "il morbo dell'anima") dalla complessa tela seduttiva di Lecter. Impossibile non riconoscersi in lei, allo stesso modo in cui è impossibile non provare una fitta al cuore ripensando a come il personaggio apparisse dieci anni prima, a quella ragazza che conservava ancora in fondo al cuore l'immagine di un agnellino destinato al macello. Un agnellino che lei aveva cercato di salvare dalla mattanza.

Hannibal è un romanzo rutilante, pieno di idee brillanti e di svolte macabre, di violenza e di atmosfere stranianti. Quando finisco di leggerlo non so se mi è piaciuto davvero, anche perché non sono più il ventenne che era rimasto stregato da Red Dragon e da Il silenzio degli innocenti. Quel che so è che si tratta di un romanzo nel quale il mio io si rispecchia appieno. Un io in fase di transizione.
A distanza di un anno e mezzo dalla pubblicazione di Hannibal, il sogno di De Laurentiis si trasforma in realtà: l'uscita nei cinema della trasposizione cinematografica del romanzo, diretta da Ridley Scott, si rivela esattamente il successo che il tycoon si aspettava.

Scott accetta di girare il film a ridosso del trionfo de Il Gladiatore (e quando De Laurentiis gli fa cenno per la prima volta al titolo in questione, il regista pensa per alcuni momenti che il produttore abbia intenzione di presentargli il progetto di un kolossal storiografico incentrato sull'omonimo generale cartaginese). Jonathan Demme, che con Il silenzio degli innocenti aveva vinto un Oscar, aveva rifiutato di girare il sequel, ritenendo il nuovo plot lontano dalle sue corde. Anche Jodie Foster si era tirata indietro, probabilmente non ritrovandosi più nella figura di Clarice Starling così come emergeva dal nuovo romanzo di Harris.

L'Hannibal cinematografico regge assai bene nel primo tempo. La Firenze rappresentata da Scott e dal fotografo John Mathieson è una bolgia infernale riemersa dalla medievale Età dei Comuni, una città sospesa tra Dante Alighieri e la Los Angeles futuristica di Blade Runner. Pure il montaggio del premio Oscar Pietro Scalia infonde ritmo alla storia. E al momento dell'intervallo si ha quasi l'impressione che il compito possa essere portato a casa senza troppi demeriti.

E alla povera Julianne Moore non va meglio, intrappolata in un ruolo che nel romanzo era tutto psicologico e che le esigenze cinematografiche hanno depotenziato, reso informe, banalizzato.
E infatti il secondo tempo è una débacle su tutta la linea. Gli sceneggiatori - tra cui figura anche David Mamet, non l'ultimo arrivato - non solo rinunciano a un paio di personaggi chiave del romanzo, ma resettano completamente il finale originale, elaborando un pastrocchio che oltre a risultare privo di senso impone un mood consolatorio lontanissimo dalla poetica di Harris (comunque mai restio ad accettare qualsiasi manipolazione esterna delle sue trame).

Hannibal si rivela indubbiamente un successo, anche se la critica e una parte del pubblico intuiscono che sono diverse le cose che non tornano.
La strizzata d'occhio che il dottor Lecter rivolge agli spettatori poco prima dei titoli di coda è una cafonata inarrivabile che fa assomigliare il Cannibale allo sfigato sovrintendente Charles Dreyfus del ciclo filmico de La Pantera Rosa. Ed è, oltre che fuori luogo, rivelatoria di quanta distanza intercorra tra l'Hannibal dei romanzi, di Manhunter e de Il silenzio degli innocenti di Demme da quello finito nelle avide grinfie di De Laurentiis.
Non solo: ma tutto quel carico di violenza che nel romanzo Hannibal appariva grottesco e surreale, privo di connotati realistici, quasi ineffabile, nel film si tramuta in una festa del gore talora solo disgustosa, talora attraversata da una malriuscita vena ironica (per esempio, la sequenza in cui il dottore apre il cranio dell'agente Paul Krendler, ancora vivo e cosciente, per cucinarne il cervello, risulta tanto tragica e onirica nel libro, quanto brutalmente spettacolare e voyeuristica su celluloide).
Insomma, con l'Hannibal di Ridley Scott e Dino De Laurentiis sembra davvero chiudersi malamente un'epoca. Ma è pur vero che al peggio non c'è mai limite.
E infatti...
(3 - continua qui)
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