Il blog di Alessandro Di Nocera, alla ricerca di scampoli di poesia e umanità in un mondo duro.
Un laboratorio clandestino di visioni, emozioni, ossessioni.
Ipersensibilità - il singolo inedito contenuto in O.Dixea, il CD antologico che si può trovare in allegato a I fantasmi di Ottodix - dopo essere stato proposto in anteprima dal sito de la Repubblica-XL, sta riscuotendo un grande successo sulle emittenti radiofoniche private di tutt'Italia, guadagnandosi anche l'attenzione dei network nazionali.
Ed è giusto, perché Ipersensibilità è un gran pezzo che riesce a coniugare la tradizione melodica italiana col gusto elettronico del miglior pop internazionale.
La canzone è accompagnata anche da un eccellente video di cui esiste un'ancora inedita versione in stereoscopia 3D.
Sono già due anni che la collana di narrativa letteraria Ungraphic ha esordito sotto l'egida della piemontese 001 Edizioni, solitamente specializzata nella pubblicazione di ottimi fumetti italiani e internazionali.
Ungraphic è una creazione mia e di Antonio Scuzzarella, direttore della 001 Edizioni, e parte da questo assunto:
Cosa accadrebbe se i molteplici immaginari legati al Fumetto e alle Arti grafiche venissero trasposti sotto forma di pura scrittura? Come tradurre l'universo pop e colorato dei comics statunitensi, dell'historieta ispano-americana, dei manga giapponesi, della bande dessinée franco.belga, del fumetto italiano, del cinema d'animazione internazionale e dei videogame, all'interno di una narrazione che viaggi esclusivamente attraverso vocaboli, frasi e segni d'interpunzione?
La collana Ungraphic vedrà sceneggiatori di fumetti impegnati a raccontare le proprie storie in maniera "immediata", senza l'ausilio di un disegnatore; illustratori desiderosi, per una volta, di narrare senza ricorrere alla propria perizia grafica; critici ed esperti di cultura pop pronti a riversare le loro conoscenze e le loro sensibilità teoriche in dimensioni letterarie di nuova concezione.
La collana Ungraphic rappresenta, insomma, una sonda lanciata nello spazio sconfinato di una galassia tutta da esplorare.
Il primo libro targato Ungraphic è stato Emina: OrfaniRobot di Davide Tarò, un'ucronia ambientata in un'Italia dove un'industria torinese che si colloca a metà strada tra la Fiat, la Thyssenkrupp e l'Ansaldo produce robot giganti da lavoro e da combattimento pilotati da trentenni retribuiti col salario di un operaio non specializzato.
Adesso, invece, tocca a I fantasmi di Ottodix, opera prima del musicista e artista visivo Alessandro Zannier, che in questi giorni potrete acquistare in anteprima a Lucca Comics & Games, presso lo stand della 001 Edizioni (o anche sul sito della casa editrice, nelle grandi catene librerie e sui megastore telematici)).
Ebbi modo di conoscere Alessandro, mente e leader degli Ottodix, in occasione dell’uscita in libreria di Emina: OrfaniRobot, romanzo di cui ho curato impostazione, editing e parte dei testi.
Poco dopo la pubblicazione del volume, Davide venne contattato da Alessandro che aveva ravvisato in Emina: OrfaniRobot una sorprendente comunanza col concept portante di Robosapiens, l’album discografico appena realizzato dagli Ottodix. Così come la storia pensata da Davide descriveva una realtà distopica in cui la fascinazione per i robot e gli anime giapponesi degli anni Settanta si trasformava nell’atroce illusione di un’intera generazione, allo stesso modo Robosapiens metteva sotto forma di musica – con l’ausilio di sonorità elettroniche e vintage – la nostalgia per un futuro mai concretizzatosi.
Alessandro propose alla 001 una sorta di alleanza promozionale che avrebbe dovuto premiare sia gli acquirenti del romanzo che quelli del disco. Scuzzarella accettò e fu così che dieci fortunati tra coloro che avevano ordinato online, sul sito della 001, Emina: OrfaniRobot si videro recapitare in omaggio una copia di Robosapiens. Allo stesso modo, dieci navigatori internettiani che avevano ordinato l’ultimo lavoro degli Ottodix tramite la loro pagina web, ottennero la possibilità di entrare gratuitamente in possesso del libro di Davide.
Prima che ciò avvenisse – per mettere al riparo la 001 da fregature o da operazioni deleterie per la sua immagine – mi andai comunque a cercare in Rete notizie sulla band di Alessandro, spulciando soprattutto su You Tube alla ricerca di canzoni degli Ottodix.
Ne valse la pena. Mi ritrovai davanti a una realtà musicale sorprendente, a un progetto incredibilmente maturo e consapevole. Gli Ottodix proponevano un sound affascinante che, in maniera del tutto originale, rimandava ai capisaldi della New Wave europea, con canzoni scritte e cantate in italiano che, però, sapevano immediatamente rievocare le migliori tracce dei Depeche Mode – immaginai che Martin L. Gore, uno dei numi tutelari di Alessandro, sarebbe stato orgoglioso di aver ispirato brani del genere – dei Goldfrapp, dei Massive Attack, dei Groove Armada. Pensai subito che avrebbero potuto rappresentare un’ipotetica evoluzione di Garbo, se il cantautore milanese avesse continuato il suo formidabile percorso elettronico degli anni Ottanta. E questo senza conoscere il rapporto che già legava l’artista milanese agli Ottodix.
Diedi il mio OK alla breve joint venture commerciale con tutta la convinzione di questo mondo, continuando a mandare in loop sul mio PC i loro videoclip, girati con un appeal professionale che maciullava qualsiasi produzione videomusicale mainstream italiana. Tutta roba ormai tristissima e al limite del dilettantesco, anche quando ci sono di mezzo le cosiddette star.
Incominciai a canticchiare La Guerra dei Mondi, I-Man, Rabarbaro Rabarbaro e Joker senza sosta, sotto la doccia, camminando per strada o in auto. E a questo punto si aprì per me un nuovo campo di indagine: perché un gruppo dal potenziale così elevato, dalle attitudini così professionali, in grado di produrre canzoni dalle sonorità e dai refrain killer – allo stesso livello di band come i Subsonica, gli Afterhours, i Baustelle, i disciolti Bluvertigo – aveva continuato a rimanere ai margini del grande circuito della musica pop nostrana? Perché un progetto che avrebbe potuto sfondare al Premio Tenco se non addirittura – viste le sue caratteristiche sinceramente popolari, sul modello del Franco Battiato attivo negli anni Ottanta e Novanta, non per altro – al Festival di Sanremo, continuava, invece, da vent’anni a operare negli spazi underground?
Quando lo incontrai per la prima volta, nel corso di una serata degli Ottodix in un locale di Sorrento, Alessandro mi rese partecipe del suo mondo, fatto di arti visuali figurative e astratte (le sue opere sono state esposte in mostre e gallerie per tutto il continente, ottenendo sempre eccellenti riscontri), di musica, di performance teatrali e di scrittura. Sarebbe stato un perfetto uomo del Rinascimento, ma le chiavi di volta della notorietà e del successo seguono, talvolta, percorsi fin troppo tortuosi. Che conducono a secche dalle quali è difficile disincagliarsi se non con caparbietà e coraggio.
La parabola degli Ottodix mi riportò alla memoria film come The Commitments di Alan Parker o la commedia Le riserve di Howard Deutch, coi suoi superbi antieroi capaci di brillare in maniera fulgida per pochi istanti, palesando un talento fuori dal comune, prima di ricadere nell’oblio. Solo che nel caso della band di Treviso, i protagonisti non avevano nessuna intenzione di farsi inghiottire di nuovo dall’anonimato. Erano lì e combattevano. Continuavano a crederci in maniera quasi commovente, producendo materiale di qualità egregia e lasciando tutti stupefatti con le loro conoscenze e capacità tecniche.
I fantasmi di Ottodix, un bizzarro volume collocato tra narrativa, biografia reale e romanzata e musica (propone infatti in allegato un prezioso CD antologico: O.Dixea), nasce dalla volontà – ma sarebbe meglio utilizzare il termine “necessità” – di Alessandro Zannier di fare il punto della situazione a dieci anni esatti di distanza dalla pubblicazione del primo album in studio della formazione, Corpomacchina.
Robosapiens era riuscito ad assurgere a colonna sonora di Emina: OrfaniiRobot. Invece I fantasmi di Ottodix la sountrack la propone in allegato, a corollario di una vicenda umana e artistica rivissuta attraverso quattro racconti fantastici – uno per ogni album in studio del gruppo – sospesi tra Franz Kafka, Edgar Allan Poe, Ambrose Bierce, Philip K. Dick e China Miéville. Intorno alla narrazione ruotano fotografie, disegni, presenze di personaggi conosciuti e sconosciuti, testimonianze dirette e indirette, realtà e finzione, prosa e poesia, metafore e chiavi di lettura. Un rincorrersi vorticoso di mondi alternativi e percorsi esistenziali sempre in bilico sul ciglio del fallimento, eppure mai rovinosi, sempre forieri di novità e di speranza.
Un labirinto in cui potreste perdervi.
E forse, per una volta, sarebbe un bene.
Alessandro Zannier e gli Ottodix hanno incominciato il loro tour promozionale tra radio e locali nazionali. Il video di Ipersensibilità, il singolo inedito che fa parte del CD O.Dixea (in allegato, come già detto, a I fantasmi di Ottodix), viene attualmente proposto in esclusiva sul magazine "XL" del quotidiano "la Repubblica" e, a rotazione, su diverse emittenti televisive.
Ah, dimenticavo: l'introduzione a I fantasmi di Ottodix è di Garbo, star della leggendaria new wave italiana degli anni Ottanta.
Per Garbo Alessandro Zannier ha curato lo splendido ri-arrangiamento di Grandi giorni, un suo brano classico che l'artista milanese canta assieme a Georgeanne Kalweit, ex performer dei Delta V.
Era da diverso tempo che volevo allontanarmi dalla dimensione critica per lasciarmi coinvolgere da un processo creativo legato a un prodotto destinato a un pubblico di massa...
... e l'occasione è giunta grazie a Mauro Garofalo, vulcanico amico che collabora con "Il Sole 24Ore" e che già da qualche tempo sta raccogliendo lusinghieri successi in libreria grazie al best seller "In pArte Morgan" (pubblicato da Eleuthera e incentrato sulla controversa figura artistica dell'ex leader dei Bluvertigo, nonché ex star televisiva del programma "X-Factor") e al romanzo semi-autobiografico "Iolavorointivù" (Alacràn).
Il mio compito era quello di supervisionare il progetto a fumetti incentrato sui Motel Connection, band di musica elettronica comunemente considerata come uno spin-off dei Subsonica (con cui condividono l'ex bassista Pierfunk e il frontman Samuel). In pratica, contribuire a delineare meglio il concept di base, riguardare i testi, proporre scambi di battute, sorvegliare il filo logico della trama, rilevare eventuali errori e così via. In più si è aggiunta una prefazione che potesse introdurre al meglio i lettori nello spirito dell'intera operazione.
A realizzare materialmente il lavoro c'erano lo sceneggiatore-disegnatore Bruno Letizia e gli illustratori Serena Effe e Valerio Schiti, tutti con un background molto forte e idee già sufficientemente chiare. E poi una publishing house - le Edizioni Ambiente, attraverso il loro sub-imprintVerdeNero - coraggiosa e totalmente nuova al mondo del fumetto.
Alla fine, il volume "Motel Connection: H.E.R.O.I.N. - La strada dei supereroi" (il link rimanda all'ottimo special proposto dal sito d'informazione fumettistica Comicus.it) è uscito il 27 aprile scorso - preceduto da uno splendido booktrailer lanciato online - riscuotendo, curiosità, interesse e qualche bella, immediata risposta critica (per i dati di vendita ci vorrà un po' di tempo).
In questa occasione, i Motel Connection si sono ritrovati (Samuel in questo momento è in tour coi Subsonica) per partecipare anch'essi, il 29 aprile - assieme a Mauro, Valerio, Bruno, Serena e il sottoscritto - alla presentazione in anteprima del graphic novel al Napoli Comicon, nelle sale (freddissime, quest'anno) di Castel Sant'Elmo. A riprendere il tutto le videocamere di XL, magazine de "la Repubblica".
Così, nel corso dell'evento - mentre Valerio realizzava pin-up degli alter-ego supereroistici dei componenti della band - i Motel Connection hanno dato vita a una piccola sessione acustica semi-elettronica (grazie ai marchingegni di Pisti) in cui hanno interpretato tre loro cavalli di battaglia: "Uppercut", "Heroin" (il pezzo che dà il titolo al loro ultimo disco e alla storia a fumetti9 e "Two".
Ebbene, lo ammetto: non parlo mai di scuola (che pure è parte integrante se non fondamentale della mia vita).
Non lo faccio perché dovrei generalmente ricorrere a dei luoghi comuni.
Diciamo che adoro il rapporto con gli studenti - che, quando funziona, rende quello di insegnante uno dei mestieri più belli del mondo - e detesto tutto ciò che ruota intorno alle istituzioni dell'insegnamento.
Il racconto che segue è stato pubblicato su "la Repubblica" (edizione di Napoli) l'8 agosto del 2007 generando anche qualche ferma reazione di opposizione al contenuto.
L'unica cosa che posso aggiungere è che mi era sgorgato dal cuore quando un giorno - nel corso del mio unico anno di insegnamento alle Scuole Medie inferiori - mi resi conto del grado di esaurimento e/o presunzione che colpiva molti professori.
Era un campionario di frustrati e wannabe che mi passava davanti agli occhi quotidianamente: madri esaurite, scrittori falliti, persone mentalmente instabili, gente sull'orlo del burn-out, ecc. chiamati a svolgere un ruolo di fondamentale importanza in un ambiente difficile - la periferia orientale di Napoli - dominato dalle sottoculture e dalle logiche camorristiche.
E tutti si aggrappavano disperatamente alle ore (dieci) destinate alle assemblee sindacali e ai giorni di festa come a dei salvagente grazie ai quali fuggire per qualche istante.
Buona lettura.
Karma scolastico
A Sandro Onofri
Non ce la faccio più! Sono diventati impossibili! Ogni volta che sto io in classe deve succedere qualche tragedia! Dovrebbero stare attaccati con le corde sopra le sedie e invece se ne vanno scorrazzando liberi senza che nessuno fa niente!
Volete sapere che cosa è successo? E mo’ ve lo spiego, così capite bene i guai che uno rischia di passare!
Quella sciardella di Nora Elefante, quella che si crede tanto bella, si è messa a fare la scema con Giancarlo Bifronte, quel guappetto della II F che tiene il padre sotto controllo al centro di igiene mentale (e questo già vi spiega tutto…). Comunque – com’è, come non è – a un certo punto qualcuno manda a chiamare Nora in classe mentre c’ero io a fare lezione. E io, fessa fessa, l’ho fatta pure uscire. Ma mica andavo a pensare che quelle galline disgraziate di quell’altra classe… qual è? La I C? Mica pensavo che quelle della I C la volevano pigliare a mazzate?!
Fuori al corridoio è successo il finimondo: le cretine che si scippavano i capelli tra di loro, i bidelli che correvano per spartire chi potevano, i colleghi che uscivano dalle aule e se ne stavano come dei baccalà, i ragazzi che urlavano come dei selvaggi e ripigliavano tutto coi telefonini (quei farabutti, pezzenti, criminali, tutti quanti, quanti ne sono…).
E io? Io a strillare di smetterla e quelle a riempirsi di parole e a darsi alle mani come le vajasse che sono: “Lievate ‘a miezo!”, “Tu si’ ‘na zoccola!”, “Io te squarto!”. Ma voi avete capito? Hanno tredici anni ognuna e già vanno a fare le sgualdrinelle con i maschi!
E in tutto questo vi pensate che il preside ha pigliato qualche provvedimento? Ma no, tutto normale! Di sospenderle non se ne parla nemmeno! Anzi, quasi quasi era colpa mia!
Sono stanca, stanca, stanca di tutto. Ma ditemi voi: chi me lo fa fare? Io tengo mio marito che fa il commercialista e, volendo, potrei starmene tranquilla a casa a guardare le faccende mie e a fare la vita della signora. E invece? Invece mi devo alzare ogni mattina – prestissimo a causa dell’orario incivile che mi hanno affibbiato – per venire in questa scuola di cacca a combattere delle battaglie inutili per quei quattro soldi che mi danno al mese. E dire che lo faccio solo per un senso di missione, per portare un po’ di conoscenza a chi ne avrebbe davvero bisogno e che invece se ne frega…
Io ai miei figli ho insegnato il rispetto, l’educazione e l’importanza dello studio: loro sanno che se si comportano bene li mando dappertutto. E infatti vanno in palestra, a scuola di ballo, a scuola di inglese… Si sono aggregati tutti e due a delle belle comitive della Vomero-bene, gente altolocata: si vede già che vogliono elevarsi, che già si stanno costruendo il futuro. Mica come questi mascalzoni qui che sono buoni soltanto a vendere le verdure al mercato e a campare nei bassi! Se la cercano la loro condizione, è inutile che si stanno a lamentare.
Gliele vorrei dire io quattro cose al preside quando sostiene che sono io a non avere polso, che sono io che mi assento troppo! E ci mancherebbe anche che non mi potessi assentare! Un altro po’ e qui non si può neanche andare a far pipì, come nelle fabbriche dell’Ottocento! Io a quest’ora potevo essere assistente ricercatrice all’università, altro che scuole medie! Alle scuole medie mi ci trovo solo perché mi sono sposata e ho voluto fare dei bambini, non per altro. Ma questi mocciosetti di gente tanto come-si-deve – il migliore di loro tiene perlomeno un parente pregiudicato – mi stanno facendo perdere tutta la mia classe e la mia signorilità.
Ero piena di entusiasmo quando ho incominciato a insegnare, era un lavoro comodo: elargivo cultura, mi guadagnavo i soldi senza chiederli a mio marito così potevo farmi passare gli sfizi, tenevo il pomeriggio libero per rilassarmi e badare alle cose di casa. Però è cambiato tutto: adesso ci sono consigli di classe, controconsigli, collegi dei docenti, incontri scuola-genitori, verbali (che, siccome insegno Italiano, puntualmente toccano a me), carte e cartuscelle, casini che non vi dico… E, soprattutto, ci stanno gli scostumati, scostumati a tutti i livelli, tra gli alunni ma pure tra i colleghi che pare sempre che certi fatti non riguardano pure loro.
Ma come si può andare avanti in una scuola che funziona così? No, no, non è più cosa. Martedì ne approfitto che ci sta una bella riunione sindacale alle ultime due ore così me la scappotto e me ne vado a fare un po’ di shopping a via Chiaia alla faccia di preside, colleghi e compagnia cantante. Perlomeno il sindacato ogni tanto serve a qualcosa.
Poi mi prendo di sicuro un’altra ventina di giorni di malattia, così mi sveglio tardi, mi godo qualche bella giornata di primavera, cucino, invito qualche amica a casa a giocare a burraco e chi si è visto si è visto. Perché se non ci si prende cura di se stessi…
Mi fanno ridere quando si lamentano che la scuola non funziona… ma se sono proprio loro che ti costringono a fare così! Noi insegnanti siamo gente laureata e invece, a quanto pare, ci hanno preso per minatori. Io, col marito professionista, a fare quella che scava le gallerie! Stanno scherzando, non hanno capito proprio niente. Se non mi concedono i miei diritti, vuol dire che i diritti me li prendo io da sola.
Sì, sì, faccio così: altri venti giorni di malattia e poi ci stanno il ponte del 25 aprile e del primo maggio. Quest’anno mio marito, io e i ragazzi abbiamo deciso di andarcene a visitare Barcellona e Madrid con alcuni conoscenti. Ce ne andiamo a respirare un po’ d’aria diversa, fuori dall’Italia.
E poi una voltata e una girata arriveranno pure le vacanze estive. Ho giurato a me stessa che me ne sarei stata per un mese e mezzo stesa su una sedia a sdraio sulla spiaggia di Diamante. E, se tutto va bene, forse ci scappa pure una settimana al villaggio Alpitour di Taormina.
A Napoli continuano a volare pallottole e i corpi cadono pesanti sull’asfalto delle strade come sacchetti di segatura. Ieri un altro morto e un altro ferito grave nel bel mezzo del Rione Traiano, zona nord-occidentale della città. Il racconto che segue è stato pubblicato il 29 ottobre 2006 sulle pagine de “la Repubblica” (edizione napoletana). Prende il via nel Vasto, popoloso quartiere che guarda a est del capoluogo campano. E’ il primo di una serie corale – scrittura in prima persona, protagonisti partenopei di varia estrazione e moralità – i cui tasselli vedranno la luce piano piano, col tempo. Si tratta di uno studio sul linguaggio dialettale, sui sistemi di valori dominanti dalle mie parti e sulle trame brevi e immediate. Leggete e fatemi sapere.
La faccia scoppiata
A Peppe Ferrandino e a Luigi Bernardi
Innanzitutto la cosa più bella sono state le due tirate di cocaina a gratis. Veramente la guerra. Mai visto che uno viene vicino a te e ti dice: tiè, pigliatene quanta ne vuoi tu.
Lo so, lo so che non lo fanno per senza niente, che ti credi? Loro ti vogliono tipo Lavezzi in mezzo al campo di pallone. Ti vogliono scattoso, che devi pensare chiaro. Ma che vuoi? A me è piaciuto e siccome non era stato messo nel conto, per me è stato a gratis.
Io e Gigio siamo scesi da sopra casa di mamma sua tutti eccitati che pareva che dovevamo andare a Licola a ballare. Non ci pensavamo proprio che dentro al marsupio ci avevamo le pistole e che stavamo per andare a fottere l’infamone che ci ha detto Maradona, la persona di fiducia di chi sai tu (hai capito chi, no?). Io mi pensavo che mi cacavo sotto, ma invece è andato tutto come doveva andare.
Ci siamo messi i caschi, siamo saliti sulla Vespa che Mimì si era rubato apposta per noi (si è messo dentro alla sacca una bella carta di duecento euro pure lui, che ti pensi?) e siamo andati per dentro il Vasto a vedere se l’infamone ci stava.
Io, a dire la verità, non lo so l’infamone in che cosa aveva sgarrato. Io so solo che quando la persona capisci-a-me dice che uno è infame, è questione chiusa: deve essere infame per forza. E comunque pure a me l’infamone mi è sempre stato sulla capocchia del pesce: me lo ricordo davanti al suo negozio di chianchiere fino da quando tenevo tre anni. E mano a mano che diventavo grande ha incominciato che mi guardava con una faccia schifata e superbiosa. Quella di chi si crede meglio di te perché ha fatto i soldi mentre tu tieni la famiglia terremotata e il padre rinchiuso dentro a Poggioreale. Quella di chi si crede che puoi entrare dentro al suo negozio da merdaiolo per affogarti un pezzo di lacerto di nascosto e perciò ti tiene mente.
Tienimi mente adesso, lutamma.
Lui se ne stava fermo all’entrata della chianchieria con addosso il camice pieno di macchie sozzose e si stava fumando una sigaretta. Mi ricordo che una volta le bestie squartate le teneva appese pure fuori al magazzino. Poi è iniziato che non le teneva nemmeno dentro ai banchi frigorifero. E se ci entrava un cliente ogni mezz’ora era pure assai. Si vede che prestava i soldi con l’interesse, quella monnezza. E di sicuro teneva qualche intrallazzo con chi non doveva.
Si credeva di essere un padreterno mentre fumava là fuori. Io e Gigio ci siamo fatti due volte il giro col mezzo per vedere se era cosa, gli siamo passati per davanti due o tre volte e lui neppure ci ha guardati. Invece buttava l’occhio sul culo sceso di una mezza baiorda che camminava sul marciapiede. Lui si faceva il film di metterlo là, e intanto glielo stavo per impizzare io in quel posto.
Sono sceso dalla Vespa dietro a un angolo, a dieci metri da dove stava lui e mi sono avviato svelto, rasente rasente al muro. Il casco non me lo sono levato, la pistola invece l’ho tirata fuori e me la sono nascosta dietro alla schiena. Gli sono andato vicino vicino per non sbagliare e gli ho puntato il ferro a manco mezzo braccio dalla testa senza che lui se ne accorgeva nemmeno.
A quel punto però è successa una cosa strana che io penso che era colpa della cocaina tagliata troppo pura. Penso che era tutta immaginazione mia. E’ successo che lui si è girato verso di me e che la faccia non era più la sua. Era la faccia mia. E poi si è cambiata nella faccia di mio padre. E poi di nuovo nella faccia mia.
Sono uscito pazzo dall’arraggia. Che sfaccimma tenevamo da spartire io e mio padre con l’infamone? Mio padre ha dovuto spantecare una vita sana, si è fatto la gabbia per cinque anni e non ha avuto niente. E’ solo finito sotto terra per via di un mammone dentro al fegato. E io non voglio fare la sua fine.
Per levare di mezzo l’infamone, a me e a Gigio hanno dato ottocento euro ciascuno e questi ottocento euro, per me, sono l’inizio di una vita diversa. Perché a Licola a ballare ci voglio andare col macchinone e non coi soldi contati. Perché le belle femmine che ti fanno i servizi di bocca si pigliano solo se gli allunghi la moneta. Perché io voglio essere un personaggio e non uno che puoi buttare quando pare e piace a te.
Tutte queste cose mi sono passate in fronte in un secondo solo. Ho strillato, ho tirato il grilletto, si è sentito il botto e ho visto la faccia mia e di mio padre che scoppiava in una nuvola nera e rossa. Poi ho sentito subito le allucche che venivano da dentro il negozio. Era un guaglione che poteva essere il figlio dell’infamone, ma pure lui teneva la stessa faccia mia: tale e quale, identica. Ho sparato addosso pure a lui, ma non lo so se l’ho pigliato. Forse sì, ma qui non teniamo il televisore e neppure il telefono. Perciò non ti posso dire proprio niente.
Comunque, prima che mi giravo e che mi mettevo a correre, ho buttato un altro paio di palle dentro all’infamone che stava a terra schiumato di sangue. Tutt’attorno a me ci stava il fuggi fuggi, però io mi pareva di tenere l’ovatta dentro alle orecchie. Era tutto come da lontano.
Gigio ha fatto una sgommata dall’altra parte della strada e ha pigliato a suonare il clacson. Quando gli sono salito dietro mi pareva di aver volato. Non vedevo più niente. Davanti a me tenevo solo la faccia mia e di mio padre che scoppiavano. Non quella dell’infamone: quella mia e di mio padre.
Gigio in mezzo al traffico mi pareva Valentino Rossi. Quando siamo arrivati all’appuntamento, in una piazzola sopra a Mater Dei, c’era la macchina che ci aspettava così come eravamo rimasti d’accordo con Maradona. Quando mi sono tolto il casco mi è venuta una cosa di stomaco e mi sono messo a vomitare tutto quello che tenevo nella pancia. Maradona mi ha dato delle mazzate dietro alle spalle e mi diceva che era un fatto normale. Gigio pertramente si fumava una sigaretta. Per fortuna che quando mi sono seduto sul sediolino di dietro stavo già bene. Di mettermi a sorchiare non se ne parlava nemmeno, però sono riuscito a chiudere gli occhi e a non pensare a niente più.
Quello che guidava la macchina ci ha portati da una parte in campagna, in mezzo alle piante di pummarole. Ci stava una casa di coloni deserta. La comanda era quella di stare lì, che dovevamo aspettare tranquilli qualche giorno. Dentro ci abbiamo trovato giusto quello che serviva: una buattella di caffè con la macchinetta, una cascetta di bottiglie d’acqua, due di vino e un poco di roba in scatola. Poi ci stavano due materassi per dormire messi a terra, e sopra al tavolo, le bustine di eroina che avevamo cercato a Maradona prima che andavamo ad ammazzare l’infamone. E ci stavano pure le siringhe. Non si erano scordati di niente.
Ci siamo scarfati una tazza di caffè e poi ci siamo stesi sopra ai materassi, svegli ma senza che parlavamo. Solo noi coi cacchi nostri per il cervello. Poi quando si è fatta una certa ora ci siamo calati la bummazza. Si sentiva che era prima qualità.
Non ti so dire per quanto tempo ho pariato da sveglio e poi quando mi sono addormentato e ho incominciato a fare sogni. Mi ricordo solo che a un certo punto ho visto padre Pio e il diavolo che si prendevano a pugni e paccheri davanti a me e a mia mamma per sapere chi si doveva pigliare il mio spirito e spedirlo o all’inferno o al paradiso. Mamma piangeva e io ridevo perché erano comici mentre si mazziavano. E poi mica ero morto ancora.
Mi sono svegliato che stava il sole di primo mattino (o almeno così mi pareva) che entrava dalla finestra. Gigio stava ancora che dormiva pesante. Io mi sono alzato, sono andato nella latrina che stava nell’altra camera, ho pisciato e ho fatto la cacca. E mentre che stavo là, pensavo che mi ero sognato proprio una stronzata: che i santi non si mettono a perdere tempo con noi, se no stavamo tutti quanti bene e Napoli era un’altra cosa, no? Se vuoi stare bene devi fare da solo e basta.
Quando ho finito, sono andato vicino alla finestra e mi sono appicciato una sigaretta mentre che guardavo fuori. Da lontano si vedevano una sacco di gente negra che raccoglievano le pummarole e si chiamavano coi gridi. Ho pensato che erano dei poveracci e che io invece tra un poco mi compravo il macchinone e me ne uscivo con certe guaglione che non si vedevano nemmeno a Miss Italia.
Poi però per un momento mi è sembrato che giravano tutti quanti la testa dalla parte mia. Ed erano tutti quanti tali e quali a me e a mio padre. Tenevano tutti quanti la faccia mia e quella di mio padre. Ma è stato solo per un momento. Ho pensato che era la polpetta che faceva ancora effetto. Io e mio padre buonanima non abbiamo mai tenuto niente da spartire con quelli. E quando ho finito la sigaretta, me ne sono andato a coricarmi un altro poco. E mi sono scordato di tutto.