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16 apr 2007

In Utero


No, si rassegnino i fan dei Nirvana: trattasi di titolo civetta per parlare d'altro.

Il mese di aprile coincide da sempre col mio nadir psicofisico annuale. E' un momento strano, di totale mancanza di sincronizzazione col resto del mondo.

Ad aprile tutti i miei fantasmi, i miei fallimenti, le mie cose non riuscite, le mie strade perdute, mi si affastellano nell'anima e nel cervello e - condensandosi in un'unica spugnetta abrasiva - cancellano dalla mia memoria tutte le (molte) cose filate invece per il verso giusto e positive che hanno contraddistinto la mia vita.

Ad aprile penso spesso a una mia ipotetica vita lontano da Castellammare, a quello che avrei potuto raggiungere lontano da qui. Un interrogativo che mi percuote le meningi esattamente per un mese.

Poi, una volta iniziata la "trentina" di maggio, resetto in qualche modo la mia condizione esistenziale e penso che mai e poi mai me ne sarei potuto andare da questo posto.

La "colpa"? La colpa è del mare, di questa inquieta distesa di acqua salata che mi mantiene in un latente stato di ipnosi.

E' difficile abbandonare il mare. E' difficile abbandonare il sud, le sue temperature, la sua indolenza.
In Sud corrisponde a un tempo immobile, a una vita che procede languida in un'atmosfera di calore e di dramma.

Non è un caso che il mio scrittore preferito sia James G. Ballard.
Chi ha letto il suo ciclo di racconti ambientato nella fittizia cittadina di Vermilion Sands, comprenderà perfettamente ciò che adesso sto cercando di descrivere.

Vermilion Sands è il corrispettivo di una deriva umana, dove il tempo è arenato e la vita procede nell'alienazione dei pensieri e dei sensi. E' un universo artistico dove la bellezza coincide con le debolezze psicanalitiche e improvvise esplosioni di follia e tragedia.



A Vermilion Sands tutto sembra condensarsi in un tardo pomeriggio estivo, precluso a ogni attività, ovattato, circoscritto da una cappa di calore, sabbia e polvere.

Impossibile resistere a un luogo del genere. Impossibile pensare di andare altrove, di sfuggire a questa dolce, sottile angoscia che ti attanaglia.

La sabbia e il mare, le mura bianche calcinate dal sole e la violenza repressa di un popolo che gira all'infinito intorno alle sue psicopoatologie. Il fascino di un mondo alieno che rifiuta efficienza, razionalità, linee rette.

Il mare come l'utero al quale tutti quanti, incosciamente, vorremmo ritornare.
La spiaggia e la sabbia per seppellirci i nostri desideri fallaci.
La violenza per ricordarci che la civiltà è una conquista aleatoria.

2 commenti:

La Cuoca ha detto...

Il tuo blog è molto interessante. Ciao Ciao

lollo ha detto...

Chi tene o mare s'accorge e tutto chelle ca succere...

Cito a memoria, dai tempi in cui Pino era ancora Pino. Ciao, Alessa'