Il blog di Alessandro Di Nocera, alla ricerca di scampoli di poesia e umanità in un mondo duro.
Un laboratorio clandestino di visioni, emozioni, ossessioni.
È – e non da ieri – uno dei più
grandi illustratori italiani contemporanei, una artista capace, con le sue
linee e i suoi colori, di generare veri e propri universi alternativi in cui
l’occhio perde gli usuali punti di riferimento cercando di carpirne di nuovi.
Gli amanti del fumetto ebbero la
fortuna di conoscere per la prima volta l’arte di Lorenzo Mattotti all’inizio
degli anni Ottanta, quando debuttò col gruppo d’avanguardia Valvoline
mettendosi in luce con opere sperimentali come Dottor Nefasto, Il Signor
Spartaco e il capolavoro Fuochi.
L’inizio fulminante di una carriera luminosa proseguita attraverso la narrativa
disegnata (L’uomo alla finestra, con
Lilia Ambrosi; Caboto e Il rumore della brina con Jorge Zentner,
ecc.), ma soprattutto l’illustrazione di cover (per pubblicazioni come “The New
Yorker”, “Vanity Fair”, “Cosmopolitan”, “Le Monde” e “Glamour”), di classici
della letteratura (Pinocchio; Jeckyll e Hyde, Einaudi Stile Libero
Extra, pp. 72, € 19,00) e cartelloni ufficiali di manifestazioni internazionali
(quello per il Festival cinematografico di Cannes del 2000, quello per il
Napoli Comicon 2007 e l’ultimo per la sessantatreesima edizione del Festival di
Sanremo).
Da sempre attivissimo, dunque,
Mattotti ha continuato a vivere momenti di intensa presenza nelle librerie
grazie, per esempio, al suo lavoro d’illustrazione per l’adattamento de Il Corvo di Edgar Allan Poe scritto dal compianto
Lou Reed (The Raven, Einaudi Stile
Libero Extra, pp. 190, € 25,00) o alla ristampa della riduzione a fumetti,
realizzata in collaborazione col critico e sceneggiatore Antonio Tettamanti, de
Le avventure di HuckleberryFinn di Mark Twain, edita da Orecchio
Acerbo/Coconino Press (pp. 136, cm.
28 x 19,5, € 25,00).
E la letteratura per l’infanzia
continua a rappresentare uno degli interessi principali dell’artista bresciano
come testimoniano anche i quattro volumetti della Saga dei Pittipotti (€ 6,50
cad.) sceneggiati dal suo amico Jerry Kramski e pubblicati sempre dalla casa
editrice romana Orecchio Acerbo.
Oggi la riconosciuta maestria di
Mattotti può generare, tuttavia, dei seri problemi di approccio. L’elevato
livello qualitativo delle sue illustrazioni è talmente costante da suscitare,
talvolta, un senso di saturazione nell’occhio del fruitore. In pratica,
Mattotti è talmente eccellente, talmente personale, talmente riconoscibile da
correre il rischio di sfociare, più o meno involontariamente, nel manierismo. Ed
è come se il “fruitore” dell’opera sapesse già cosa aspettarsi dall’artista,
godendo appieno della sua eccezionale bravura tecnica, della sua inalterata
inventiva, ma senza trovarsi di fronte a scatti o a guizzi di vera
inquietudine, di vera ricerca.
Basta poco, tuttavia, per
comprendere come Mattotti continui, in realtà, a fremere continuando a
esplorare strade nuove nelle forme visive della comunicazione. Ed è ancora un
libro pubblicato da Orecchio Acerbo nel 2009 ad avercene dato un significativo
segnale: si tratta della fiaba di Hänsel
& Gretel dei fratelli Grimm illustrata attraverso tredici, vertiginose
raffigurazioni in bianco e nero (pp. 48, cm. 33,5 x 24,5, € 20,00).
È qui che è tornato a emergere
tutto l’estro, tutta la sublime ispirazione del miglior Mattotti che, con stile
graffiato ed espressionista, catapulta il lettore nei meandri di una fiaba nera
e inquietante, facendolo sperdere idealmente, così come accade ai piccoli
protagonisti, in un bosco tenebroso e contorto, tra rami nodosi e ombre
terrificanti che sembrano celare ogni genere di insidia.
È straordinario Mattotti quando,
per esempio, ci costringere a soffermare lo sguardo sulla casa di Hänsel e
Gretel posta sul limitare della foresta, mentre all’orizzonte un crepuscolo
bianco attraversato da sottili nubi nere ci induce a immaginare i colori più
allarmanti del creato. E si rivela addirittura geniale quando avvolge i due fratellini
nelle spire di una vegetazione mostruosa, che sembra ghermirli con un movimento
tentacolare, per poi farli addentrare nell’antro demoniaco della strega. Con un
effetto texture talmente impressionante che neanche la risaputa, felice conclusione
della vicenda riesce a sollevare il lettore da una sensazione di sublime
disagio.
Un lavoro potente, dunque,
valorizzato dal grande formato del libro e da una qualità di stampa eccellente
che pone in evidenza ogni dettaglio grafico, comprese tutte quelle sottili,
eccitanti sfumature di grigio (e chi ha avuto modo di ammirare le grandi
serigrafie ricavate da questo lavoro sa di cosa stiamo parlando) che in genere
le scansioni per la resa su pagina non riescono a restituire.
Hänsel & Gretel, insomma, nell’interpretazione di Mattotti
riesce a catturare la parte infantile che alberga ancora in noi ponendola di
fronte alle sue paure e ai suoi timori più reconditi. E ha il merito di averci
restituito un artista ai suoi massimi livelli creativi.
Non è un caso, quindi, che
Mattotti stesso si sia reso conto dell’importanza creativa e vivificatrice di
questo percorso, continuando a esplorare con le stesse tecniche grafiche
(pennelli e inchiostro su carta, senza schizzi pre-compositivi) la dimensione
fiabesca. Il risultato è Oltremai, un
vero e proprio volume d’arte, racchiuso in un cofanetto e pubblicato dalle edizioni Logos al prezzo di €
100,00, in cui l’autore scava nell’immaginario stesso da cui provengono le
fiabe per coglierne l’essenza, gli archetipi, la fonti che le fanno vivere nei
secoli nella memoria collettiva.
Oggi, 11 gennaio, avrebbe compiuto sessantuno anni, il mio amico e mentore Luigi Bernardi, una persona straordinaria e fuori da ogni schema che purtroppo, una manciata di settimane fa, è stato costretto da una grava malattia a lasciarci troppo presto.
Nel suo paese natale, Ozzano dell'Emilia, in questo momento lo sta degnamente festeggiando un foltissimo gruppo di amici e collaboratori, tutti testimoni dell'importanza fondamentale che Luigi ha avuto nella vita di tante persone, compreso me.
Io ad Ozzano non ci sono, anche se idealmente ho dato la mia adesione all'evento organizzato da Gea Polonio. E Luigi voglio ricordarlo con una rassegna di opere scritte da lui o realizzate grazie al suo impagabile contributo editoriale.
Ricordo che prima di mettermi a seguirne una stagione mi ci volevano un paio di sedute di training autogeno.
Eppure Prime Suspect, la serie televisiva poliziesca trasmessa tra il 1991 e il 2006 dalla britannica ITV e interpretata dal premio Oscar Ellen Mirren (nel ruolo della tormentata ispettrice di polizia Jane Tennison), era qualcosa che alla fine ti lasciava soddisfatto e arricchito, anche se lo svolgimento della vicenda era talmente lento e intricato da farti perdere di vista, in certi casi, l'assunto dal quale aveva preso le mosse.
Si trattava di una precisa cifra stilistica imposta dalla creatrice della serie, la romanziera Lynda La Plante: Prime Suspect era, infatti, un poliziesco procedurale che andava a innestarsi sulla difficile vita privata della protagonista - una donna in carriera costretta dal lavoro a rinunciare a famiglia, maternità e rapporti sociali - trasformandosi in un pezzo di vita che si dipanava quasi in tempo reale davanti agli occhi dello spettatore.
Proprio così: la dote straordinaria di Prime Suspect consisteva nel fatto che le svolte della trama risultavano talmente impalpabili, talmente banali e "fuori fuoco" - a prescindere dall'importanza che potevano avere nella risoluzione del plot - da annientare ogni senso di artificiosità. Gli sceneggiatori non puntavano ai climax e ai colpi di scena tipici delle fiction di puro intrattenimento quanto piuttosto alla resa naturalistica di persone, ambienti, fatti. Un lavoro complicatissimo, antispettacolare, che però alla fine produceva un capolavoro di scrittura e di resa scenica, graziato dal successo di pubblico e abbondantemente citato (perfino nel notevole film parodistico Hot Fuzz).
Prime Suspect - il cui remake americano realizzato nel 2011 per il network NBC si è rivelato un fallimento - costituisce il massimo esempio di procedural drama basato sul ricorso reiterato all'anticlimax. Nessun prodotto televisivo ha mai toccato la cosciente volontà di antispettacolarizzazione presente in questa serie TV prodotta nel Regno Unito. L'unico titolo che ci si è avvicinato è stato Five Days, altro poliziesco procedurale britannico scritto da Gwyneth Hughes e sviluppato dalla BBC in tandem con la HBO. Prodotti statunitensi come The Wire,Deadwood o I Soprano - in cui la consistenza delle trame passava attraverso il setaccio della lenta introspezione psicologica e della ricerca delle situazioni più quotidiane e banali - non si sono mai poste nemmeno per un momento sui binari di Prime Suspect e del suo difficile andamento narcolettico.
Quella dell'anticlimax è un'arte sopraffina, un obiettivo narrativo che passa attraverso la sensibilità e l'abilità costruttiva di sceneggiatori coi controcoglioni e la tenacia di spettatori disposti ad accettare lunghi dialoghi (apparentemente) inconcludenti e ogni (apparente) tempo morto della trama.
Nel 2013, così come avevamo già avuto modo di dire altrove, l'Oscar dell'anticlimax nella fiction TV straniera l'ha vinto senza ombra di dubbio quel mezzo capolavoro noir di Hannibal, graziato da un paio di straordinari episodi basati interamente su disquisizioni filosofiche e atmosfere rarefatte.
Il dramma investigativo The Killing ha invece - da questo punto di vista - "tradito" alfine il suo spirito iniziale. Versione statunitense della danese Forbrydelsen, questa serie - sviluppata dalla sceneggiatrice canadese Veena Sud e dalla Fox Television per il network AMC - nel corso delle prime due stagioni aveva visto due poliziotti problematici, Sarah Linden e Stephen Holder, alle prese col misterioso omicidio della giovanissima Rosie Larsen (secondo un mood che intendeva volutamente riallacciarsi al "caso Laura Palmer" della leggendaria Twin Peaks).
In The Killing le svolte che sembravano portare alla risoluzione del delitto erano innumerevoli, ma sfociavano puntualmente in vicoli bui e ciechi. Nel frattempo atmosfere cupe e dilemmi esistenzialisti permeavano lo schermo stringendo lo spettatore in un abbraccio freddo e inquieto fino a una risoluzione dell'enigma che faceva un po' a pugni con le ventisei puntate che ci erano volute per venirne a capo. Ventisei puntate in cui i climax essenziali - cioè, così propriamente definibili - si potevano contare sulle dita di una mano.
Si è dovuto attendere, di recente, l'ottavo episodio della terza stagione - incentrata su una storyline completamente nuova - per assistere a uno straccio di inseguimento con ostaggio annesso, mentre nella nona puntata - diretta, non a caso, con mano inconfondibile, dal Jonathan Demme de Il silenzio degli innocenti - si sono visti più colpi di scena che nei trentatre capitoli precedenti messi insieme.
Nondimeno The Killing - la cui quarta stagione è stata opzionata dal sempre più agguerrito canale internettiano Netflix - resta un serie TV affascinante che ti restituisce intatta la sensazione fisica di trovarti in una piovosa e livida Seattle assieme a personaggi carichi di una dolorosa umanità, nei quali è impossibile non riconoscersi.
E guarda un po', di matrice europea è pure Low Winter Sun, serie americana ricavata anch'essa da un format europeo (l'omonima miniserie britannica trasmessa da Channel 4).e interpretata, in entrambi i casi, dal medesimo attore protagonista: il Mark Strong visto in Kick-Ass e nello Sherlock Holmes di Guy Ritchie.
Low Winter Sun - andata in onda, così come The Killing, sotto l'egida del marchio AMC - è un noir spietato ambientato nella disastrata Detroit contemporanea, quella che si è trasformata anche nel mondo reale nello scenario apocalittico del primo Robocop e nell'avamposto dell'Inferno de Il Corvo (un tragico fattore che ha permesso alla produzione di usufruire di sette milioni e mezzo di incentivi finanziari dallo Stato del Michigan per la creazione di nuovi posti di lavoro e il rilancio dell'indotto cittadino).
E' vero che il primo, potentissimo climax di Low Winter Sun lo si trova proprio all'inizio dell'episodio pilota - quando i due poliziotti protagonisti si ritrovano nella necessità di dover eliminare brutalmente un collega corrotto - ma è altrettanto vero che per poterne assistere a un altro paio di una certa consistenza bisogna attendere l'ottava puntata (su un totale di dieci).
Tuttavia pure in questo caso, si va, da spettatori. sotto l'effetto di una specie di ipnosi che ti proietta in un mondo alieno e privo di speranza. Un mondo di anticlimax che assomigliano a ceneri roventi che fanno ardere le parti più tenebrose dell'anima di chi vi assiste..
Il mio impegno con i personaggi della DC Comics prosegue senza sosta fin dal 2008, quando Pasquale Ruggiero - storico direttore editoriale della Magic Press - mi cooptò per scrivere i redazionali di Batman: La leggenda, una collana settimanale nata da una joint venture tra la Planeta DeAgostini - colosso editoriale spagnolo che all'epoca deteneva i diritti per l'Italia dei personaggi pubblicati dalla major newyorchese - e la Mondadori.
Quell'avventura proseguì per due anni, permettendomi di approfondire la conoscenza di persone splendide come Pasquale, Alessio Danesi e Luca Ippoliti - che attraverso la Magic pubblicavano materiale proprio, nazionale e internazionale, mentre, al contempo, fungevano da service per la Planeta - o di entrare in contatto con gente nuova, come il team di editor dell'allora neonata sezione comics della Mondadori.
Da lì, il successivo coinvolgimento con la RW Lion - attuale licenziataria dei diritti della DC Comics nel nostro Paese - e il rapporto d'amicizia e professionale con Lorenzo Corti e, ancora, con Alessio Danesi, separatosi dalla Magic Press alla ricerca di nuovi stimoli e traguardi e adesso ai vertici della realtà editoriale creata dal CEO Pasquale Saviano.
Di tutto questo si parla nell'intervista che il volenteroso Stefano Avvisati mi ha appena fatto per il blog Batman Crime Solver, interamente dedicato, così come lascia intuire il titolo, alle gesta multimediali del Cavaliere Oscuro di Bob Kane.
"Hannibal Lecter è un franchise di successo: perciò, o mi dai un nuovo testo adesso oppure lo faccio scrivere a qualcun altro": Questo è quanto dice Dino De Laurentiis a Thomas Harris all'indomani del buon riscontro ottenuto nel 2002 dalla trasposizione cinematografica di Red Dragon diretta da Brett Ratner.
Nei suoi (frequenti) momenti di crisi creativa, lo scrittore è stato accolto come un pascià dal produttore, che l'ha ospitato in Italia, nella sua lussuosa villa sull'Isola delle Sirene, coccolandolo con piatti a base di insalata caprese, tuffi davanti ai Faraglioni.e rilassanti gite in barca tra la Grotta Azzurra e la Grotta del Corallo.
A Harris risulta perciò difficile dire di no al suo amico/mecenate, accettando di scrivere contemporaneamente sia il romanzo che la sceneggiatura cinematografica (fatto, quest'ultimo, per lui inedito) di Hannibal Rising, in cui si narra dell'adolescenza di Hannibal Lecter e delle vicende che l'hanno portato a a diventare ciò che è.
Il romanzo, ribattezzato in italiano Hannibal Lecter: Le origini del male, viene pubblicato nel 2006, rivelandosi un disastro. E non tanto per il plot poco coinvolgente - una specie di Conte di Montecristo rivisitato in salsa pulp- ma per una cifra stilistica sciatta, priva di mordente, lontanissima dalle attenzioni formali e linguistiche che Harris aveva posto nei romanzi precedenti. Il mistero di questo sfacelo è evidente fin da subito: lo scrittore ha di fatto lavorato prima sulla sceneggiatura del film che sul libro e quindi l'opera letteraria non è altro che il frettoloso, maldestro romanzamento di un copione cineamatografico.
Ed è forse per questo che il film, lanciato nel 2007, risulta assai migliore del romanzo. Finanziato da De Laurentiis con la compartecipazione di Tarak Ben Ammar, produttore e distributore tunisino che diverrà in seguito famoso ai più per i suoi contorti rapporti d'affari con Silvio Berlusconi, Hannibal Lecter: Le origini del male si avvale della regia del britannico Peter Webber che già aveva firmato il non esaltante La ragazza dall'orecchino di perla, biopic sulla figura del pittore fiammingo Johannes Vermeer. Proprio quel Vermeer che, nei romanzi di Harris, viene indicato come l'artista preferito del dottor Lecter.e, per osmosi, anche di Barney, l'infermiere di colore che aveva accudito il Cannibale durante i suoi anni di prigionia nel manicomio criminale di Baltimora. Quel Vermeer di cui Barney - divenuto ricco dopo aver venduto a caro prezzo a un danaroso collezionista la maschera di sicurezza indossata dal Cannibale nel corso dei suoi spostamenti clinici - intende vedere dal vivo tutti i quadri sparsi per il mondo, giungendo alfine a Buenos Aires, città da cui scappa in preda al terrore nel momento in cui intravede da lontano il dottor Lector mentre passeggia con la sua amante, Clarice Starling (così come viene narrato nel romanzo Hannibal).
Il ruolo del giovane Hannibal viene, invece, affidato al magnetico Gaspard Ulliel, attore francese già insignito di varie onorificenze in madrepatria e in seguito modello e testimonial per alcuni tra i più importanti marchi di moda transalpini, da Longchamps a Chanel. Al suo fianco, nella parte della giapponese Lady Murasaki, zia acquisita e mentore di Lector, viene posta la star cinese Gong Li.
Hannibal: Le origini del male non è brutto - ripeto: rispetto al romanzo non è da disprezzare - ma nulla aggiunge e nulla toglie alla figura di Lector. L'unica rivelazione, nemmeno tanto sorprendente e, anzi, abbastanza telefonata, è che anche il futuro psichiatra si era nutrito del corpo di sua sorella Micha quando - prigioniero della morsa dell'inverno russo e in assenza di viveri - il manipolo di sbandati filonazisti, da cui i due bambini erano stati fatti prigionieri, l'aveva smembrata per cibarsene.
Per il resto è una banale pellicola, ben illuminata (da Ben Davis, futuro direttore della fotografia di movie-comics come Kick-Ass, Tamara Drewe, Guardians of the Galaxy e The Avengers: Age of Ultron)e ben montata (dal premio Oscar Pietro Scalia, già autore dell'editing di Hannibal), mache solo i fan hardcore possono in parte apprezzare, mentre considerata a sé stante, appare quasi priva di finalità: né thriller, né noir, né horror, quanto piuttosto una via di mezzo tra una revenge story e un percorso di formazione alla rovescia privo di una vera conclusione.
In ogni caso il film si connota subito come un clamoroso fiasco: la critica mondiale lo massacra e l'investimento di cinquanta milioni di dollari produce sostanzialmente un misero pareggio.
Hannibal: Le origini del male è l'ultima produzione cinematografica - se si eccettua la trascurabile commediola giovanilistica Decameron Pie - di Dino De Laurentiis che morirà nel 2010 alla veneranda età di 91 anni, lasciando le redini della compagnia nelle salde e capaci mani della moglie Martha.
Ma nel 2011 la produttrice Katie O'Connell incomincia a sviluppare per il network statunitense NBC una serie televisiva dedicata all'oscuro antieroe di Thomas Harris e ambientata in un'epoca immediatamente precedente agli eventi descritti in Red Dragon. La Connell trova nell'amico Bryan Fuller (già scrittore e produttore di Heroes, altra apprezzata serie TV targata NBC) lo showrunner ideale per dare il "la" al progetto. E la forza della sceneggiatura che Fuller stende per l'eventuale primo episodio del serial, è tale che la dirigenza del network concede subito l'imprimatur - senza nemmeno attendere gli screening di un pilot - per una prima stagione di tredici episodi.
Personalmente, fin dal momento in cui incappo nel trailer della serie resto impressionato. Il casting è semplicemente perfetto: l'inglese Hugh Dancy è il Will Graham definitivo, nerd e allucinato esattamente come l'aveva descritto Thomas Harris nel 1981 sulle pagine di Red Dragon. E l'Hannibal Lecter incarnato dall'attore danese Mads Mikkelsen... be', è la perfezione assoluta: l'hidalgo spagnolo, l'algido dandy, imperscrutabile, alto e longilineo così come appariva nei romanzi originali.
Guardo il trailer della serie TV di Hannibal e già so - senza averne visto nemmeno un episodio - che finalmente, dopo un quarto di secolo, potrò ritrovare intatti e senza manipolazioni deformanti i personaggi e le atmosfere che hanno segnato la mia giovinezza.
Le conferme della prima impressione poi fioccano: fin dal pilot è chiaro che il mood visivo e concettuale della serie si rifà tanto all'allucinante poetica di David Lynch che alle glaciali inquadrature di Stanley Kubrick (riprese geometricamente calcolate, ambienti freddi e razionali). E alla riuscita di questa altissima vena citazionistica e postmoderna concorrono fior di registi: David Slade, autore dell'ottimo horror movie 30 Giorni di Buio; Michael Rymer, colonna di Battlestar Galactica e American Horror Story; Peter Medak, artefice di gioielli cinematografici come The Krays e Romeo is bleeding; Guillermo Navarro, direttore della fotografia di Guillermo Del Toro e Robert Rodriguez; James Foley, che negli anni Ottanta aveva diretto il bellissimo noir A distanza ravvicinata; Tim Hunter, firma di riferimento di alcune tra le più importanti serie TV americane, e John Dahl, famoso sia per il noir di culto L'ultima seduzione, sia per la regia di serial come Dexter, True Blood, Justified, Homeland e Californication.
Insomma, un pedigree artistico che fin dall'inizio appare impressionante.
Hannibal si incanala subito nella direzione auspicata: il Will Graham di Hugh Dancy fa dimenticare finalmente quello interpretato inManhunter: Frammenti di un omicidio da William Petersen, dando vita a una recitazione tragica e convulsa. Il Lecter di Mikkelsen, dal canto suo, torna a essere il torbido esploratore di abissi psicologici e manipolatore di anime che nei film si era solamente intravisto. Non l'incarnazione del male, ma una specie di extraterrestre amorale che guarda alla vita come a un terribile esperimento e che ama cucinare gli esseri umani per assimilarli e saggiarne le possibilità di trasformazione.
Fuller, in Hannibal, riesce nell'impresa di tradurre in azioni, parole, atmosfere e immagini tutta l'angoscia e il nichilismo che pervadevano il corpus letterario originale di Thomas Harris. Riesce a catturarne tutto: la violenza surreale, l'immaginario grottesco e sopra le righe dei corpi maciullati e rimodellati come se fossero opere d'arte; la morbosità insita nell'anima di ogni personaggio principale della trama; le dinamiche relazionali sfaccettate, complesse, spesso indecifrabili.
Hannibal è un serial dolente, plumbeo - e le desolate location canadesi accentuano il peso della cappa esistenzialista che grava sul racconto - in cui a lunghi momenti di riflessione filosofica e psicologica, con dialoghi in punta di fioretto e silenzi che sfiorano la narcolessia, fanno da contrappunto climax imprevedibili ed esplosivi.
Fuller trova il modo di citare in continuazione battute e situazioni tratte dalle opere di Harris, riuscendo sempre a infondervi nuova linfa. Tutto è funzionale, tutto è nuovo nel serial di Hannibal: il giornalista arrivista Freddie Lounds viene trasformato in una ricorrente figura femminile che serve a riequilibrare il parco dei personaggi, troppo spostato sul genere maschile; Jack Crawford - il capo del Dipartimento di Scienze comportamentali dell'FBI - non solo diventa un afroamericano interpretato da Lawrence Fishburne, ma gli viene restituita l'aura di ambiguità che lo circondava nei romanzi. Compaiono per la prima volta characters ai quali nei testi letterari si era fatto solo un rapido cenno (come la dottoressa Alana Bloom, amica e confidente di Will Graham, o Phyllis Crawford, moglie di Jack Crawford) o ideati per l'occasione (come Bedelia Du Maurier, psicologa e amica di Hannibal Lecter, interpretata da un'intensa Gillian Anderson).
Il gioco dei rimandi è spesso sofisticatissimo: Jack Crawford - prima ancora dell'avvento di Clarice Starling - incarica una giovanissima allieva dell'FBI, Miriam Lass, di indagare sui delitti compiuti da un dottor Lecter ancora insospettabile. E quando la ragazza intuisce il coinvolgimento dello psichiatra - anticipando, con le stesse, identiche modalità, le future scoperte di Will Graham - questi la uccide occultandone il cadavere. Un avvenimento che consente a Lecter di sondare le reazioni di Jack Crawford, portandone in luce le patologiche debolezze e una sostanziale schizofrenia d'animo. Debolezze e schizofrenia che successivamente lo condurranno a cercare un'astrusa e inammissibile forma di riscatto attraverso il reclutamento della protagonista de Il silenzio degli innocenti.
Bella anche la parte che coinvolge la moglie di Crawford. Di Phyllis, nei romanzi di Harris, si hanno notizie indirette. Si sa che è affetta da un male incurabile e quando muore, un Lector latitante si premura di far pervenire una sentita lettera di condoglianze all'ufficiale dell'FBI. Nella serie TV, la donna, già ammalata, è in analisi da Lecter e gli rivela di avere una relazione extraconiugale (di cui il marito probabilmente è a conoscenza, ma che accetta passivamente per motivi imperscrutabili).
Ancora: tra i pazienti di Lecter figura l'insulso Franklin Froideveaux che intrattiene un ambiguo rapporto d'amicizia con Tobias Budge, un serial killer in incognito. Due personaggi attraverso i quali Fuller ricrea la morbosa relazione che legava Benjamin Raspail (un frequentatore dello studio di Lecter di cui Clarice Starling ritrova in un deposito abbandonato la testa mozzata sotto formalina) e lo psicopatico Buffalo Bill/Jamie Gumb, snodo fondamentale, sebbene solo accennato, de Il silenzio degli innocenti.
La serie TV di Hannibal - tra i cui produttori figura anche Martha De Laurentiis, già coinvolta dal marito nella realizzazione delle trasposizioni cinematografiche dei romanzi di Harris dirette da Ridley Scott, Brett Ratner e Peter Webber - si può insomma considerare come la vera serie rivelazione dell'appena trascorso 2013.
Un prodotto che riesce a far tesoro di trent'anni di esperienze narrative e cinematografiche rielaborandole e proiettandole verso il futuro. Ai primi tredici episodi di Hannibal, infatti, faranno seguito, nelle intenzioni degli autori, altre sei stagioni: due ancora basate su materiali inediti, la quarta relativa agli eventi di Red Dragon, la quinta incentrata su Il silenzio degli innocenti, la sesta sul plot di Hannibal e l'ultima su una storyline originale che dovrebbe andare a indagare quanto accaduto dopo la fuga di Lecter in Argentina, assieme a Clarice Starling.
Hannibal Lecter è tornato, allora. E, per fortuna, nel migliore dei modi.