13 nov 2013

ORFANI: "Non per odio ma per amore" (anteprima)

Il numero 1 di "Orfani", la nuova collana fantascientifica della Sergio Bonelli Editore ha esordito nelle edicole il mese scorso destando grande interesse ma anche un vespaio internettiano fatto di critiche feroci e di polemiche spesso gratuite.

Ma del resto Roberto Recchioni, sceneggiatore della serie, è ormai abituato al frastuono che si eleva all'interno della Rete ogni qual volta viene alla luce un suo nuovo lavoro.

"Orfani" è, per impianto e tipo di narrazione, un prodotto Bonelli-style duro e puro: un fumetto confezionato in maniera superprofessionale, agile, lineare e denso di espliciti richiami alle fonti più svariate dell'immaginario collettivo.contemporaneo.
Un fumetto mainstream nel senso più alto del termine, insomma.

E' anche bene dire che "Orfani" - con precisa scelta filosofica - non prevede come target quel pubblico over-35 già abituato a destreggiarsi da solo nel mare magnum della narrativa di genere.
E' assodato, infatti, che chi sa muoversi a menadito tra fumetti, film, serie TV e letteratura popolare di ogni epoca e latitudine, davanti a un serial come "Orfani" può solo provare un'inevitabile sensazione di già visto.

Ma "Orfani" non rappresenta una sterile rimasticatura di qualcosa. E', anzi, un fumetto "cannibale" e pulp così come lo erano collane classiche come "Zagor", "Il Piccolo Ranger" e "Mister No".
Un fumetto che si rivolge a lettori di nuova generazione, abituati all'entertainment digitale e potenzialmente attratti da un comparto grafico che deve a tutti i costi competere con Halo, Call of Duty, GTA nonché con gli ultimi blockbuster cinematografici in stereoscopia. Da qui la decisione editoriale, da considerarsi storica per la Bonelli, di dare per la prima volta alle stampe una collana concepita interamente a colori.

E se è vero che le idee sono come frutti che girano nella noosfera per essere colti da chiunque quando la situazione storico-sociale li porta a maturazione, desta comunque meraviglia il fatto che l'assunto centrale del plot di "Orfani" assomigli così tanto a quello del romanzo Ender's Game di Orson Scott Card, la cui versione cinematografica diretta da Gavin Hood e interpretata da Harrison Ford ha appena debuttato nei cinema del nostro Paese.

Quell'Orson Scott Card - autore finito di recente sotto processo da parte dell'opinione pubblica per alcune sue affermazioni nettamente contrarie all'omosessualità - che oltre a romanzi di fantascienza e di fantasy spesso candidati ai Premi Hugo e Nebula, ha anche scritto sceneggiature per la Marvel (Formic Wars, per esempio, disegnata dal nostro Giancarlo Caracuzzo) e della DC Comics ("The adventures of Superman").


Mettiamo subito al bando ogni equivoco: ribadisco che tra "Orfani" ed Ender's Game non esiste alcun rapporto di "influenza" diretta. L'opera di Orson Scott Card - da cui è poi derivato un intero ciclo - è stata pubblicata nel 1985 e "Orfani", prima che a ottobre uscisse il numero 1, ha avuto una fase di gestazione durata circa quattro anni. Vale a dire, molto prima della messa in produzione del film di Hood.
Però è interessante e sorprendente notare come le idee partorite dalla mente degli esseri umani riescano a rincorrersi nello spazio e nel tempo, senza sosta, sovrapponendosi e alimentandosi le une con le altre.

Il secondo numero di "Orfani" - intitolato Non per odio ma per amore - uscirà tra tre giorni, sempre su soggetto e sceneggiatura di Recchioni, che stavolta non sarà coadiuvato da Emiliano Mammucari (referente grafico della serie e disegnatore del primo albo), ma da Alessandro Bignamini, le cui tavole saranno impreziosite dai colori di Annalisa Leoni.


Anche in Non per odio ma per amore la storia è suddivisa in due parti: la prima ambientata durante la pubertà dei protagonisti, quando - dopo un apocalittico attacco alieno - si sono ritrovati privi di qualsiasi affetto parentale e sono stati reclutati quasi a forza in un centro d'addestramento concepito per trasformarli in macchine da guerra.

Qui Recchioni, Bignamini e Leoni approfondiscono le modalità di addestramento alle quali vengono sottoposti i ragazzini, evidenziando la crudeltà spartana degli insegnamenti guerreschi che vengono loro impartiti.

Nel secondo atto, invece, si può assistere al prosieguo della missione degli Orfani - ormai divenuti adulti e trasformati in un corpo d'elite quasi supereroistico - sul lontano e misterioso pianeta alieno dal quale è presumibilmente scaturito l'attacco alla Terra.

Lo sguardo dei narratori stavolta punta ad approfondire la natura singolare delle creature che nel primo numero avevano cercato di respingere le forze militari terrestri sbarcate sul pianeta, a caccia del nemico interstellare.

Boyscout, il leader del gruppo, e Angelo Custode, pilota ed esperta di armamenti pesanti, si recano in avanscoperta ritrovandosi a fronteggiare non solo un'immane orda di extraterrestri ostili, ma anche alcuni nuovi misteri - riguardanti la loro struttura sociale, la loro cultura e la loro capacità di non essere intercettati dai radar - di difficile decifrazione.

Al di là dell'azione, tuttavia, è un altro l'evento destinato a catalizzare l'attenzione dei lettori: Boyscout e Angelo Custode - una personalità bellicosa, quest'ultima, che ricorda il Tetsuya Tsurugi de Il Grande Mazinga - si amano. Ed è proprio nel corso del loro spettacolare confronto con gli alieni che perverranno a una decisione sorprendente e gravida di conseguenze.

11 nov 2013

Il manuale di chi tifa Napoli

Chiariamo subito: non sono un tifoso.
Il Napoli incominciai a seguirlo all'epoca di Maradona e SOLO perché mi piaceva da impazzire El Pibe de Oro (il Caravaggio del calcio, capace di scompigliare ogni regola e di trasformare un gol di pugno contro la nazionale inglese in un gesto sospeso tra arte e politica ).

In seguito ho continuato a guardarne le partite e a simpatizzare per la squadra, ma solo perché sono partenopeo e perché -  nonostante tra i ranghi della tifoseria, qui come altrove, si annidino i soliti disadattati da ospedale psichiatrico - il tessuto sano della città ha, per vari motivi (sociali, politici, economici, ecc.), sempre tratto beneficio da un Napoli vincente.

Però, lo ripeto, non mi sento un tifoso: un tifoso sta male se la squadra del cuore perde una partita o, peggio, va male in campionato. Io no.
Un tifoso parla sempre, in ogni frangente, di mercato, di giocatori, di tattiche, di squadre avversarie, di presidenti, di allenatori. Io no.
Un tifoso elargisce sfottò e s'incazza se li riceve, mentre, al contempo, elegge la Juventus a qualcosa che sta a metà strada tra l'Impero Sith di Guerre Stellari e la Cospirazione di X-Files. Io no.

Non ho mai fatto uso di alcolici, di droghe o di tabacco. Ho sempre amato il logos razionale, la bellezza del dato oggettivo. E il tifo ti pone agli antipodi: ti fa star male, ti rende tutt'altro che sereno nei confronti della realtà, ti fa inventare tutte le giustifiche e le assoluzioni del caso, tutte le accuse e le jatture del caso. E' un collettore di paranoia

Il mondo del tifo mi attrae in chiave psicanalitica. Mi piace tantissimo Febbre a 90°, il film di David Evans tratto dall'omonimo romanzo di Nick Hornby, perché è in tal senso illuminante: l'attaccamento sfegatato a una squadra di calcio compensa le tue frustrazioni personali surrogandole in qualcos'altro.
E a ben vedere anche le eventuali "ingiustizie" (dagli episodi sfortunati agli errori arbitrali) che possono condizionare una partita fanno parte di questa messinscena, perché trasformano un match agonistico nella rappresentazione dell'esistenza.


Un rigore negato o un rigore malamente assegnato, un gol in fuorigioco o un'azione regolare bloccata dall'arbitro, ecc., corrispondono a un lavoro perduto, a una malattia che chissà perché ha colpito noi o qualche nostro congiunto, al caso che ha voluto che non raggiungessimo un obiettivo per quanto meritato.

Fatta questa lunga ma necessaria premessa, mi piace dire che a me il progetto De Laurentiis piace perché basato su un'idea imprenditoriale assolutamente riconoscibile e inedita nel capoluogo campano.
Chi critica - spesso con inaudita ferocia - De Laurentiis non si rende conto del contesto sociale, politico ed economico nel quale l'attuale presidente del Napoli Calcio è andato a piantare le sue tende. Una realtà disastrata, piena di condizionamenti di ogni tipo, in cui riuscire a fare impresa è spesso un miracolo.

De Laurentiis ha un progetto e si vede: ragiona a livello internazionale, si è riappropriato finalmente di un merchandising che era stato da sempre  - una cosa assurda - appannaggio degli abusivi, sogna un Napoli Stadium dove le famiglie possano andare a pranzare o a cenare in ristoranti con vista sul terreno di gioco.
Dopo aver traghettato la squadra fuori da abissi oscuri, gli ha ridato grinta e dignità, anche grazie a un allenatore sanguigno come Mazzarri - poi sostituito, a ragione, da un più blasonato e concreto Rafael Benitez - e a giovani giocatori di talento come Hamsik, Lavezzi, Cavani, Insigne.

Società come Milan, Inter e Juventus sono ormai strutturatissime. Progettano e fanno imprenditoria da decenni poggiando su fondamenta economiche e territoriali solidissime. Sono granitiche di natura, possiedono certificate attitudini pianificatrici.
Il Napoli Soccer fino a poco tempo fa era, invece, un teatro dell'improvvisazione dove, di tanto in tanto, un Ferlaino poteva pescare il jolly e sbancare a sorpresa il casinò.
De Laurentiis è giunto dove prima c'era il deserto, recuperando il Napoli dalla serie C e riportandolo dopo vent'anni in Champions League, allenato oggi da Benitez e con gli ex attaccanti del Real Madrid (rimpianti dalla tifoseria madrilena) in prima linea. Un Napoli che non infilava una scia così positiva di risultati dall'epoca di Maradona.

Forse è per tutti questi motivi messi insieme che da non-tifoso mi è piaciuto assai un curioso libricino tascabile venduto a un prezzo irrisorio. Una sorta di atto d'amore che, a prima vista, sembrerebbe un instant book concepito per spillare soldi ai fanatici del Napoli, ma che, a ben guardare, dietro il furbo titolo, dietro la copertina coi colori sociali della squadra partenopea, cela un contenuto pregno di una sorprendente profondità.

Del resto, #chevisietepersi: Il manuale di chi tifa Napoli (con un hashtag che rimanda allo striscione che comparve davanti al cimitero di Poggioreale quando la squadra cittadina conquistò il primo scudetto) nasce sotto l’egida della Fandango Libri, un’etichetta che ha sempre saputo coniugare le scelte mainstream con la qualità. E non importa che la casa editrice capitolina abbia contemporaneamente lanciato in libreria altri tre libelli omologhi (#amala: Il manuale di chi tifa Inter, #daje: Il manuale di chi tifa Roma e #sulcampo: Il manuale di chi tifa Juve): firme come quelle di Nicola Mirenzi, Johnny Palomba e Massimo Zampini, dotate di verve e ironia, attestano l’onestà di un’operazione compiuta senza l’intento di rifilare aria fritta ai lettori.

Dietro #chevisietepersi c’è lo zampino di Boris Sollazzo, giornalista di cinema, politica e sport, commentatore di Radio Rock e Radio 24, nato e vissuto a Roma, ma divenuto tifosissimo del Napoli al seguito del padre sannita. Nel suo pamphlet (144 pagine, € 5,90), Sollazzo, con mossa intelligente e istinto viscerale, evita di concentrarsi sulle glorie famose del Napoli, preferendo puntare l’attenzione sul significato che per il tifoso partenopeo rivestivano le vittorie della squadra quando, all’inizio degli anni Duemila, si ritrovava a militare in serie C1 o nel campionato cadetto.

Ferme restando, quindi, l’aura divina attribuita a Maradona, la glorificazione della Ma.Gi.Ca e l’esaltazione della storia recente con Lavezzi, Cavani e Hamsik, le pagine di #chevisietepersi preferiscono puntare l’attenzione su Gianluca Grava (descritto come un modello cristologico), sull’amore incondizionato per Cristiano Lucarelli (che nel libro viene intervistato), sulle lodi per Edy Reja e Giuseppe Bruscolotti (anch’essi presenti con le loro testimonianze).

Prendendo a modello il Nick Hornby di Febbre a 90° e il Ken Loach del film Il mio amico Eric, Sollazzo descrive la vita del tifoso napoletano come una parabola in cui le sofferenze derivanti da una passione troppo spesso tradita dai risultati, sanno transustanziarsi in una fucina di legami d’amicizia e in un monumento elevato alla dignità di un intero popolo. Per questo lo scrittore individua due dei massimi traguardi del Napoli non nella conquista degli scudetti o della Coppa Uefa, ma nella vittoria in Coppa Italia contro la Juventus nel maggio 2012 (il primo trofeo dopo una ventennale traversata del deserto) e, soprattutto, nel ritorno in serie A sancito dal pareggio in casa del Genoa nel giugno 2007. In quell’occasione, ricorda con commozione Sollazzo, il calcio seppe trasformarsi nel riscatto di un’intera città. Quella Genova che non era riuscita ancora a farsi una ragione del disastro del G8 del 2001, parve, infatti, trovare nel gemellaggio coi tifosi napoletani una via d’uscita dal lustro di oscurità in cui era piombata.

Condito di gustosi interventi (da parte degli attori Silvio Orlando e Francesco Brandi, del pugile Clemente Russo, del produttore Nicola Giuliano, ecc.), con un’appendice dedicata ai giocatori più oscuri e spesso giustamente vituperati del Napoli (il difensore Prunier viene descritto come un’oscura leggenda capace di spaventare ancora oggi i bambini), #chevisietepersi rappresenta una piccola gemma in grado di donare calore e risate.

10 nov 2013

I 25 anni del Centro Fumetto Andrea Pazienza e la tavola de "L'Eternauta"

Associazione culturale; organo d'informazione e di critica; biblioteca; ente organizzatore di mostre ed eventi; luogo d'incontro e di socializzazione dove si tengono corsi di fumetto, illustrazione e sceneggiatura; fucina di cartoonist affermati a livello nazionale e internazionale. Il Centro Fumetto Andrea Pazienza di Cremona, coordinato dall'amico Michele Ginevra, è questo e altro ancora. Una realtà unica nel nostro Paese, sempre in prima linea nel proporre arte e cultura utilizzando come strumento principale la cosiddetta narrativa disegnata.

Il mese scorso, il Centro Fumetto Andrea Pazienza ha celebrato i suoi 25 anni di attività (venne inaugurato, infatti, nell'ottobre del 1988). Un evento che i responsabili dell'ente comunale hanno scelto di celebrare attraverso un'esposizione-catalogo incentrata su 150 tavole originali tratte da fumetti di ogni epoca e di ogni nazionalità opportunamente commentate attraverso didascalie redatte da tutti coloro che con questa straordinaria realtà cremonese si sono ritrovati in vari modi a collaborare.

A cavallo tra gli anni Novanta e la prima metà del nuovo secolo ho avuto anch'io il privilegio di partecipare alle attività del Centro Fumetto, scrivendo soprattutto recensioni, approfondimenti e saggi per la rivista ufficiale dell'ente, quella "Schizzo" che è ormai entrata nella storia delle pubblicazioni italiane dedicate al fumetto.

Inevitabile, quindi, che Michele Ginevra mi chiedesse di commentare una delle tavole - tutte fornite dai possessori dalla ricca collezione Nahmias - inserite nella mostra celebrativa. Una tavola non a caso tratta da una delle opere a fumetti che hanno segnato maggiormente la mia vita sotto ogni punto di vista, culturale, professionale, emozionale e umano: L'Eternauta di Hector G. Oesterheld e Francisco Solano Lopez.

Avevo un limite prefissato di battute (circa 500) per la didascalia d'accompagnamento alla tavola. E la necessità di dover comunicare alle persone che vi si accostavano - tra i quali bisognava tener conto di coloro che de L'Eternauta non conoscevano proprio nulla - ciò a cui quel lavoro rimandava.

La tavola ve la propongo qui, assieme alla didascalia.
A voi il compito di stabilire se il testo a corredo dell'immagine funziona o meno:
"Buenos Aires, 1958. L'invasione extraterrestre è iniziata. gli abitanti della città sono stati sterminati dalla nevicata radioattiva utilizzata come arma di distruzione di massa dai Loro, l'arcana razza intergalattica che ha scelto la Terra come territorio di conquista.
Juan Salvo e i suoi amici sopravvissuti sono stati testimoni, nel giro di poche ore, di orrori indicibili. L’arrivo di una pattuglia dell’esercito sembra donare una parvenza di riorganizzazione e di speranza. Ma l’agghiacciante prolessi a cui lo sceneggiatore Hector G. Oesterheld ricorre nel cartiglio finale della tavola disegnata da Francisco Solano López, toglie ogni dubbio ai lettori: le cose sono destinate ad andare inevitabilmente per il verso sbagliato.
Una sequenza narrativa apparentemente statica, ma in realtà densa di tensione emotiva e psicologica. E i personaggi che si allontanano nell’ultima vignetta lasciano presagire, in chiave metaforica, la futura, devastante dittatura dei colonnelli in Argentina."

9 nov 2013

"I Borgia" e "Strike Back - Senza Regole"

Frutto di una coproduzione tra Francia, Germania, Italia e Repubblica Ceca, I Borgia - serie TV trasmessa nel nostro Paese da Sky Cinema 1 - è arrivata, non senza affanni narrativi e produttivi, alla sua seconda stagione.

Creata da un team americano che vede ai primi posti i veterani Tom Fontana (sceneggiatore newyorchese che può vantare script per serial diversi, importanti serial statunitensi) e Barry Levinson (regista cinematografico famoso per film di successo come Rain Man, Good morning, Vietnam, Bugsy, Sleepless e il recente, orrorifico The bay, nonché serie TV di culto come Oz e Copper), I Borgia si era presentata bene, con una prima stagione che, pur senza far gridare al miracolo, si era distinta per il modo in cui era riuscita a integrare verità storica e licenze connesse a ragioni di entertainment senza cadere nell'inammissibile o nel pacchiano.

Con un occhio alle serie più crude e realistiche dell'americana HBO - I Soprano, Roma e Boardwalk Empire, in particolare - I Borgia aveva messo in campo gli intrighi, i crimini e le paturnie dell'immorale papa Alessandro VI e dei suoi degni figli: il feroce Giovanni, il tormentato e ambizioso Cesare e l'ambigua Lucrezia. Una famiglia ritratta come un'associazione a delinquere, dedita alla conquista dell'Italia e dell'Europa attraverso una "scalata al vertice" dinastica e guerrafondaia.

Stile crudo, situazioni scabrose, sesso selvaggio e sangue a volontà l'avevano fatta da padrone, anche se il tutto era fin dall'inizio apparso soffocato da una regia troppo statica e da excursus informativi degni di una puntata di Ulisse. Poco male, comunque, perché un certo equilibrio formale e narrativo riusciva a mantenere desta l'attenzione dello spettatore.

Cosa che non è avvenuta affatto in questa seconda stagione, contraddistinta da regie letteralmente imbalsamate (al confronto, Il Trono di Spade è girato da un epigono di Michael Bay), location poverissime (i set, interni ed esterni, si possono contare sulle dita delle mani), trame ripetitive e inserti didascalici degni di una qualsiasi fiction televisiva di Rai 1.

Poco più che diligenti, poi, le interpretazioni degli attori. con l'americano John Doman (papa Rodrigo Borgia) a guidare un gruppo in cui si distingue solo il nord-irlandese Mark Ryder (Cesare Borgia), perfettamente in parte e sufficientemente volenteroso nel tentativo di far trasparire alfine delle emozioni vere da un volto potenzialmente monocorde.

Un peccato, perché è solo nell'ultimo paio di puntate che l'azione sembra smuoversi con l'inserimento - tra l'altro - di un Michelangelo e di un Leonardo Da Vinci tratteggiati con piacevole piglio "weirdo", mentre in precedenza, la vicenda centrale di fra Girolamo Savonarola - interpretato dal valente scozzese Iain Glen - era stata affrontata senza il sufficiente nerbo.

Un peccato, perché da uno sforzo produttivo internazionale di tale levatura, al servizio di scrittori, produttori e registi certamente non di secondo piano, ci si doveva aspettare ben altro, dal punto di vista della resa finale: un kolossal e non una telenovela.

Assai meglio, a questo punto, la grottesca e surreale ricostruzione a fumetti di Alejandro Jodorowsy e Milo Manara - I Borgia - recentemente ristampata sul terzo volume della collana "Manara: Maestro dell'eros", prodotta da Panini Comics e venduta in allegato al Corriere della Sera o alla Gazzetta dello Sport.

Tutt'altro discorso per la serie Strike Back - Senza regole, prodotta dalla rete TV via cavo americana Cinemax (in Italia viene trasmessa in anteprima nazionale sul canale Sky Uno) e tratta dalla serie di romanzi scritti dall'ex militare Chris Ryan.

Fin dalla sua seconda stagione - la prima, più drammatica e psicologica, era stata prodotta dalla britannica Sky Broadcasting ed era interpretata dal Richard Armitage de Lo Hobbit e dall'Andrew Lincoln di The walking deadStrike Back si era rivelata una sorpresa che aveva saputo rincuorare gli orfani di 24 e di Jack Bauer: un action irruento e sanguigno, graziato da trame movimentate, da regie e montaggi dinamici, da location esotiche assai ben ricostruite, da una colonna sonora impetuosa (i titoli di testa con Short Change Hero di The Heavy sono irresistibili) e da interpretazioni massicce, assolutamente all'altezza della situazione.

Strike Back sembrava una spy-story d'azione immaginata da un Tom Clancy meno monolitico e avulso da connotazioni destrorse; un'opera di entertainment intelligente che sapeva parlare di problematiche terroristiche internazionali senza scadere in facili retoriche, sfiorando con eleganza il politicamente scorretto e ponendo al centro del racconto sparatorie, sesso spinto e colpi di scena come nella migliore e più intrigante narrativa pulp.


Tutto quello di cui c'era bisogno, insomma, per trasformare i protagonisti, il sergente inglese della SAS Michael Stonebridge - interpretato dall'americano Philip Winchester - e l'ex-Delta Force Damian Scott - incarnato dall'australiano Sullivan Stapleton, visto nel noir di culto Animal Kingdom - in due beniamini del pubblico: rigido, razionale e metodico l'uno; irregolare, guascone, scopatore e puttaniere l'altro.


Project Dawn - questo il titolo della seconda stagione di Strike Back - si era, insomma, rivelata perfetta sotto tutti i punti di vista. E anche la terza - intitolata Vengeance - seppure più sfilacciata e sfocata rispetto alla precedente, si era comunque mantenuta all'altezza delle aspettative, con alcuni episodi di assoluto rilievo.

Tuttavia i dubbi sorti con Vengeance sono stati fugati dalla quarta stagione - Shadow Warfare - in cui gli autori sono tornati a shakerare un cocktail fatto di ritmi indiavolati, intrighi e fantapolitica riuscendo a inserirvi con grande scioltezza e padronanza del genere nuovi elementi d'interesse: una fase iniziale che segue due distinte azioni in due parti diverse del mondo (Colombia e Libano) per poi spostarsi nell'Europa dell'Est, in Ungheria; dilemmi morali rinnovati; organizzazioni criminali  e/o terroristiche arabe, sudamericane, russe e irlandesi; un paio di villain grotteschi e violentissimi; una morte eccellente e imprevista; scene d'azione e inseguimenti che farebbero la felicità di un William Friedkin o di un Michael Mann.

Considerando che I Borgia può vantare un budget stratosferico (circa due milioni di euro a puntata), vale a dire il doppio rispetto a Strike Back, è inevitabile porsi degli interrogativi su quanto la volontà di innovare un medium travalichi le questioni economiche e di target.

I Borgia e Strike Back si rivolgono potenzialmente a una fascia di fruitori assai simile - nascono, oltretutto, entrambe per le premium cable - alla ricerca di storie sostanziose e svincolate dalle limitazioni censorie di  molti network in chiaro. Ma la prima è ancorata a un linguaggio antiquato e sterile, mentre la seconda guarda ai kolossal cinematografici della saga di Jason Bourne senza lasciarsi condizionare dalle ristrettezze del piccolo schermo.

6 nov 2013

Elric di Melniboné - il graphic novel francese

Venerdì 8 novembre uscirà in tutte le edicole il volume d'esordio di "Prima", la collana bimestrale della Mondadori Comics che intende proporre in italiano le principali novità della bande dessinée francese. E si incomincia col primo tono di Elric - intitolato Il Trono di Rubino - adattamento ufficiale della peculiare saga sword & sorcery ideata da Michael Moorcock a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso.

Edito originariamente dal colosso editoriale transalpino Glénat e realizzato da un team formato da Julien Blondel, Didier Poli, Robin Recht e Jean Bastide, Elric rappresenta un excursus rigoroso e altamente spettacolare nell'immaginifica opera fantasy del romanziere britannico, il cui plauso convinto all'operazione riecheggia all'interno del volume tramite un testo introduttivo scritto di suo pugno. 

Quello francese costituisce, in ogni caso, solo l'ultimo adattamento a fumetti, in ordine di tempo, delle gesta di Elric, malinconico erede al trono dell'antichissimo e decadente impero di Melniboné: un Amleto postmoderno, ancora più oscuro e torbido rispetto all'immortale creatura shakespeariana, rivisitato con sensibilità lisergica.


Nel 1972, infatti, il personaggio era apparso - su soggetto dello stesso Moorcock, sceneggiature di Roy Thomas e disegni di Barry Windsor-Smith - in un racconto in due parti pubblicato sulla prima, leggendaria serie a fumetti della Marvel Comics dedicata a Conan il Barbaro (un vero e proprio evento, se si pensa che il ciclo di Elric viene considerato da critici e lettori come la risposta della Controcultura all'opera di Robert Howard).

Nel 1980, poi, fu ancora Thomas a trasporre sotto forma di comic-books le avventure del mitologico sovrano dalle inquietanti fattezze albine. La parte grafica era appannaggio dei valentissimi Paul Craig Russel e Michael T. Gilbert, mentre la casa editrice era l'indipendente First Comics, alla quale si devono le versioni fumettistiche di altri personaggi di Moorcock, come l'alienato principe Corum Jhaelen Irsei e il paladino senza macchia e senza paura Dorian Hawkmoon.

A partire da quel momento i diritti di Elric passarono attraverso varie case editrici, dalla Pacific alla Marvel Comics, dalla Topps alla Dark Horse, che proponevano, accanto a ristampe di materiali già pubblicati, anche storie inedite concepite da diversi team creativi.

Nel 1997 fu Moorcock in persona a intervenire nell'adattamento a fumetti dei suoi personaggi, scrivendo per la Helix - un ambizioso, ma sfortunato sub-imprint della DC Comics - la maxiserie intitolata Michael Moorcock's Multiverse.

Disegnata dai talentuosi Walt Simonson, Mark Reeve e John Ridgway, Multiverse si sviluppava attraverso tre linee spazio-temporali differenti destinate a convergere, con modalità contorte ed esoteriche, in un'unico climax. La prima, intitolata Moonbeams and Roses, era basata su un'inintellegibile trama interpretata da vari personaggi tratti dai romanzi di Moorcock. La seconda vedeva l'entrata in scena del detective metatemporale Seaton Begg, altro surreale anti-eroe dello scrittore inglese: un epigono di Sherlock Holmes in grado di spostarsi su vari piani dimensionali. La terza, infine, trasportava proprio Elric nell'Europa centro-orientale dell'anno 1000, alla ricerca di artefatto in grado di riportarlo sul suo mondo originario.

Non bisogna dimenticare, a tale proposito, che Moorcock ha inserito quasi tutti i personaggi di sua creazione in un unico "contesto narrativo", conosciuto come "Ciclo del Campione Eterno", che vede i vari characters come l'incarnazione, in diversi corpi e in svariate epoche, di un'unica "essenza eroica" destinata a difendere l'equilibrio dell'universo.

All'inizio del primo decennio del XXI secolo, una versione "alternativa" e piratesca di Elric fece la sua apparizione La Spada nera della Costa dei Barbari, un'esotica avventura del supereroistico Tom Strong, personaggio ideato da Alan Moore per la linea ABC, all'epoca sub-imprint della WildStorm (in Italia la RW Lion ne sta proponendo una ristampa riveduta e corretta). Scritta dallo stesso Moorcock e disegnata da Jerry Ordway, la storia era incentrata sulla ricerca di una spada del tutto simile a Stormbringer, arma tanto potente quanto maledetta di Elric.

Nel 2011, infine, i BOOM! Studios di Los Angeles hanno prodotto - su testi del romanziere di fantascienza Chris Robertson e disegni del l'artista perugino Francesco Biagini - la serie Elric: L'equilibrio perduto (di cui la Panini Comics ha proposto in traduzione italiana i primi due trade paperback).

Elric: Il trono di Rubino è un volume cartonato di 48 pagine a colori e costa 10 euro.

5 nov 2013

Battlefields

È il più importante sceneggiatore di fumetti di guerra degli ultimi trent’anni, l’unico in grado di fornire chiavi di lettura davvero inedite e illuminanti alle principali tragedie belliche del XX secolo.

Stiamo parlando di Garth Ennis, prolifico scrittore nord-irlandese il cui nome, fin dai primissimi anni Novanta, rappresenta un punto di riferimento imprescindibile per l’industria statunitense dei comics: sua Preacher, la serie horror-fantasy di culto disegnata da Steve Dillon e prodotta in seno alla DC Comics/Vertigo; sua l’epocale ridefinizione di The Punisher, controverso giustiziere della Marvel Comics; sua l’iconoclastia supereroistica di The Pro. (one shot della Image Comics incentrato sulla prima prostituta dotata di superpoteri della storia del fumetto) e della serie The Boys, lanciata in Italia con grande successo dalla Panini Comics (dapprima in volumetti da libreria e poi in albi da edicola).
The Boys, in particolare, sancisce finora il più alto coronamento della preziosa collaborazione di Ennis con la Dynamite Entertainment, rampante casa editrice del New Jersey che si sta mettendo in luce grazie a una ricca e qualitativamente ottima produzione di albi a fumetti basati sul recupero di personaggi della narrativa pulp (John Carter, Tarzan, Conan il barbaro, Red Sonja, The Shadow, The Spider, ecc.), della cultura pop (The Green Hornet, The Lone Ranger, l’Uomo da Sei Milioni di Dollari, la Donna Bionica, l’Ash protagonista degli horror movie di culto La Casa e L’Armata delle Tenebre, ecc.), dei comic-books (Vampirella, Pantha, Peter Cannon: Thunderbolt) e delle comics strips (Phantom, Mandrake e Flash Gordon). Ma Ennis per la Dynamite ha scritto anche Jennifer Blood, un bizzarro racconto hard-boiled infarcito di caustico humour nero; lo spionistico-poliziesco Red Team e la miniserie bellica intitolata Battlefields.

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Come accennavamo all’inizio, Battlefields rappresenta soltanto l’ultima incursione, in ordine di tempo, di Ennis nel campo delle storie di guerra. Un genere in cui l’autore britannico ha più volte mostrato di eccellere, scrivendo vicende crude, realistiche, dense di pathos e di umana pietas. Basterebbe, per rendersene conto, andare a recuperare il prezioso volume intitolato proprio Storie di guerra (edito in Italia qualche anno fa dalla Planeta DeAgostini, ex licenziataria dei diritti della DC Comics in Italia) che raccoglie per intero il corpus di racconti concepito per il sub-imprint Vertigo. O ancora miniserie come Enemy Ace: Guerra nei cieli, sempre della DC Comics (protagonista un leggendario pilota tedesco negli anni del secondo conflitto mondiale); War is Hell: Il primo volo dell’Aquila Fantasma (edita dalla Marvel Comics e ambientata nei cieli della Prima guerra mondiale); Il Soldato Fantasma (un titolo Vertigo che ripesca in chiave acida e revisionista una superspia impiegata dall’intelligence statunitense contro le truppe dell’Asse) e 303 (pubblicata in Italia dalla Magic Press, su licenza Avatar, e collocata sugli scenari contemporanei dell’Afghanistan).

Da questo punto di vista Ennis può essere davvero considerato come l’erede di Robert Kanigher, lo sceneggiatore americano che introdusse nell’universo narrativo della DC Comics – sull’onda del successo riscosso negli anni Cinquanta dai comic-books di guerra – personaggi bellici ricorrenti, destinati a entrare nella leggenda, come i già citati Enemy Ace e Il Soldato Fantasma, ai quali bisogna aggiungere il roccioso Sergente Rock, la squadra dei Perdenti e l’affascinante Carro Armato “infestato” (incentrato sull’equipaggio di un tank “protetto” dallo spirito di un ufficiale confederato del XIX secolo).

Ennis, tuttavia, si è sempre spinto molto oltre le mere esigenze di intrattenimento, utilizzando la sua documentazione storica e le sue riflessioni per comporre un affresco critico su ciò che le guerre mettono in luce circa la natura degli esseri umani, cercando di amalgamare la necessità commerciale di costruire interessanti storie di fiction con un intento di natura quasi documentaristica. E le storie di Battlefields (proposte nel nostro Paese, in agili volumetti, dalla Magic Press) con la loro impostazione rigorosa e spesso volutamente antispettacolare, lo attestano in pieno.


Così come accadeva con Storie di guerra della Vertigo, anche i racconti editi dalla Dynamite propongono vicende autoconclusive, ambientate su diversi fronti della Seconda guerra mondiale e interpretate da personaggi di varia nazionalità (talvolta ricorrenti) che agiscono su entrambi gli schieramenti in conflitto. Ma Ennis, in questo caso, ha anche avvertito l’esigenza di intervenire in prima persona, rivelando ai suoi lettori – in appendice a ogni volume – la bibliografia alla quale ha attinto per concepire le singole storie nonché le emozioni e i sentimenti che lo hanno spinto a imbastire le varie vicende.

È così che ne Le Streghe della Notte (disegnato da Russ Braun) può riemergere l’epopea semi-dimenticata delle aviatrici sovietiche che – nella necessità di integrare le perdite maschili – si prodigarono nell’ostacolare l’avanzata tedesca in Russia.

Caro Billy (illustrato da Peter Snejbjerg) sfiora poi il capolavoro mostrandoci – con la delicatezza di un Truffaut ma anche col taglio chirurgico di un J.G. Ballard – la terribile e toccante vicenda individuale di un’infermiera sfuggita per miracolo a un massacro perpetrato da un plotone di soldati giapponesi.

Ai limiti della non-storia, invece, Carristi (visualizzato dal veterano dei comics britannici Carlos Ezquerra, il creatore grafico di Judge Dredd), che si concentra sulla differenza esistente tra le truppe britanniche e quelle tedesche, evidenziando il miracolo compiuto dai soldati alleati che – a differenza degli uomini cresciuti nella militaresca Germania – erano disabituati al combattimento.

Il quarto volume, Valle Felice (illustrato da P.J. Holden), punta a ricostruire il ruolo effettivo avuto dai bombardieri inglesi nella Seconda guerra mondiale, evidenziando, contemporaneamente, con commozione, il sacrificio di quei militari che, pur combattendo sotto la Union Jack, non provenivano dalla Gran Bretagna ma da altre nazioni del Commonwealth. E che, per questo motivo, non avevano diritto ad alcun tipo di riconoscimento o di onorificenza.

Sequel di Carristi è La libellula e la tigre reale (ancora su disegni di Ezquerra), in cui le truppe corazzate alleate devono vedersela con gli avanzatissimi e virtualmente imbattibili Tiger tedeschi.

Madrepatria, infine, riporta sotto i riflettori Anna Kharkova, protagonista de Le Streghe della Notte, catapultandola col suo nuovo caccia monoposto nell'immane carneficina della battaglia di Kursk.

I volumi della collana Battlefields costituiscono, insomma, delle letture intense, intelligenti e dense di spunti di riflessione, capaci – grazie a sceneggiature mai banali, a testi che puntano a restituire l’agilità del linguaggio parlato e a interventi artistici che guardano in toto all’efficacia dello storytelling – di catturare immediatamente l’attenzione di qualsiasi lettore consapevole e accorto.

Valle Felice, La libellula e la tigre reale e Madrepatria vedono la supervisione di Luca Ippoliti (subentrato ad Alessio Danesi, che dopo aver lasciato la Magic Press è assurto a ruolo di direttore editoriale della RW Lion,) e le traduzioni dell’ottimo Flavio Camilli (chiamato a sostituire l’altrettanto valido Stefano Formiconi, entrato anch’egli a far parte della scuderia RW Lion).

Nel prosieguo di Battlefields, Ennis - sulle orme del geniale cartoonist Harvey Kurtzman - ha spostato la sua attenzione sui fronti della Guerra di Corea. Ritroveremo, quindi, il sanguigno sergente Stiles, l'ormai più che veterano protagonista di Carristi e de La Libellula e la Tigre Reale, fronteggiare - in Oltre i verdi campi, la cui parte grafica resta appannaggio di Ezquerra - le soverchianti truppe corazzate cinesi, mentre ne La caduta e l’ascesa di Anna Kharkova tornerà l'eroina de Le Streghe della Notte e di Madrepatria, sopravvissuta all’inferno del fronte russo, ma pronta a tornare in azione sui cieli della Corea del 1951 contro i caccia americani.




4 nov 2013

C.J. Turquoise e la "Partitura Notturna"

In fatto di erotismo visivo e narrativo sono un tipo complicato, nel senso che si tratta di materiale che in genere mi viene subito a noia.

Nel campo fumettistico il mio metro di riferimento nella rappresentazione delle donne e delle situazioni erotiche resta Jordi Bernet. A parte Chiara di notte e Cicca Dum Dum, ci sono - in opere come Custer, Ab Irato, Ivan Piire o Torpedo 1936 - sequenze ad alto tasso di erotismo che andrebbero studiate a memoria da qualsiasi cartoonist volesse avvicinarsi alla materia con cognizione di causa.

Immediatamente dopo Bernet vengono, nella mia personale classifica, Milo Manara (che con la sanguigna saga de I Borgia è riuscito a recuperare lo smalto a lungo perduto, pervenendo a un ciclo creativo rinnovato); il compianto maestro Francisco Solano Lopez (storie come L'istituto e Il postribolo del terrore restano dei capolavori); Horacio Altuna (al quale le donne argentine dovrebbero erigere un monumento).e il leggendario Magnus (che prima ancora de Le 110 pillole e di Necron, con Kriminal e Satanik ha contribuito a forgiare l'immaginario erotico italiano).

Non vi dico, dunque, la sorpresa che ho provato nell'incappare nelle opere di Madame C.J. (Carlotta Jole) Turquoise, pseudonimo dietro il quale si cela una disegnatrice genovese trentacinquenne che dopo anni di lavoro nel campo dell'illustrazione, ha deciso, alfine, di realizzare per la prima volta in vita sua - avvalendosi della sceneggiatura scritta dall'italo-francese André Delattre - un graphic novel in cui l'intenso erotismo permea una storia intimista, in cui la pornografia si trasforma in un incontro di anime. Stiamo parlando di Partitura Notturna, edito dall'associazione culturale Slowcomix e fresco di presentazione a Lucca Comics & Games 2013.

Prima ancora di leggere il libro, ciò che più mi ha impressionato sono state la freschezza e l'immediatezza del tratto di C.J. Turquoise, il cui stile non rimanda tanto a Manara quanto piuttosto a Grazia Nidasio e a Laura Scarpa. Ecco, questa è la cosa più nuova e sorprendente: è come se la Nidasio e la Scarpa avessero deciso, per una volta nella loro carriera, di dedicarsi all'illustrazione di un erotismo quanto mai esplicito.

E che la sensibilità che sta dietro quel peculiare segno grafico sia tutta femminile, lo dimostra l'attenzione verso particolari che spesso e volentieri il "solito" erotismo a fumetti tende a trascurare: la resa dei polsi, delle caviglie, delle espressioni dei volti e degli sguardi. Corpi veri, facce vere, il crudo realismo che si fa poesia, il sesso che diventa arte e comunicazione.

Non è un caso, infatti, se l'introduzione a Partitura Notturna abbia accettato di scriverla Erika Lust, regista di film pornografici che propongono una visione "al femminile" delle fantasie e della sessualità.

C.J. Turquoise è, a mio giudizio, la cartoonist-rivelazione italiana di questo 2013 che volge al termine.









3 nov 2013

Public Service Broadcasting

Era la metà degli anni Ottanta e 19 del britannico Paul Hardcastle scalava le chart musicali americane ed europee
La cosa, a ben pensarci, desta ancora oggi impressione se si considera che l'argomento del pezzo era la tragedia del Vietnam (il refrain del pezzo recitava: "Nella seconda Guerra mondiale l'età media dei soldati era di ventisei anni. In Vietnam era di diciannove"). Ma del resto quello era il periodo in cui del conflitto americano nel Sud-Est asiatico e delle sue conseguenze morali e civili si parlava molto, anche grazie al successo di film come Apocalypse NowRambo, Full Metal Jacket, Platoon e Hamburger Hill, e l'immaginario collettivo era pervaso da una forte sensibilità sul tema.


Ma - ed ecco la cosa più importante - oggi un pezzo come quello di Hardcastle - esponente di punta, tra l'altro, del cosiddetto Smooth Jazz - non solo non troverebbe posto nelle classifiche mainstream, ma sarebbe considerato a tal punto sperimentale ed "estremo" da finire al massimo relegato in qualche programmazione radiofonica di tarda seconda serata, ben oltre le 11 di sera.



E' per questo che attualmente risulta difficile incappare in gruppi come i Public Service Broadcasting che, come faceva Hardcastle, puntano a miscelare sonorità elettroniche con campionamenti tratti dagli speech di notiziari, documentari e film propagandistici della televisione pubblica.


Accoppiata londinese, formatasi poco prima del 2010, i Public Service Broadcasting compongono ed eseguono una musica fascinosa, impressionistica e "visiva", che ricorda quella proto-digitale dei Kraftwerk, dei Tangerine Dream, degli Orchestral Manoeuvres in the Dark e dei primi Depeche Mode.



Una bella scoperta, insomma.


2 nov 2013

Cruel and Unusual

"Cruel and unusual" ("Crudele e al di fuori di ogni consuetudine"): una definizione inquietante che in genere si dà a tutte quelle pene inflitte per legge che prevedono il dolore, la sofferenza e l'umiliazione degradante di un condannato. Una deprecabile applicazione della giustizia che negli Stati Uniti viene apertamente stigmatizzata - ed è paradossale - attraverso l'Ottavo Emendamento, precetto costituzionale a cui i comitati per i diritti civili si richiamano nella loro strenua battaglia contro la pena di morte.

Non esiste, dunque, titolo migliore per definire fin dall'inizio i contenuti del graphic novel scritto a quattro mani dall'inglese Jamie Delano e dall'americano Tom Peyer per i disegni del nord-irlandese John McCrea, supportato dagli inchiostri di Andrew Chiu, che la Green Comm Services di Cagliari ha deciso di tradurre per il mercato italiano (proponendolo in anteprima all'edizione 2013 di Lucca Comics & Games, in corso proprio in questi giorni).

Pubblicato originariamente nel 1999, come miniserie in quattro numeri, sotto l'egida della Vertigo, sub-imprint della DC Comics, e in seconda battuta, nel 2007, dall'indipendente Desperado Publishing, Cruel and Unusual prende le mosse da un evento reale: la nascita, negli Stati Uniti, a partire dalla metà degli anni Novanta del secolo scorso, di istituti carcerari gestiti da soggetti privati. Una modalità di conduzione degli istituti correttivi che appare, fin dai suoi assunti di base, semplicemente aberrante.

Jamie Delano - famoso soprattutto per lo straordinario ciclo d'esordio della serie "John Constantine: Hellblazer", sempre targata Vertigo - e Tom Peyer - a lungo sceneggiatore ed editor sia per la Marvel che per la DC Comics - immaginano, perciò, una realtà distopica in cui l'intreccio tra capitale, politica e mass media ha mandato allo sfacelo le istituzioni democratiche, sostituendole con un assetto sociale fondato sulla prevaricazione, la corruzione, la mercificazione dei corpi e l'assuefazione popolare alla logica dei reality show.

E se penate che le ipotesi di Delano e Peyer non si discostino per nulla dalla cronaca quotidiana, be'... siete nel giusto. Leggere Cruel and unusual significa, infatti, effettuare un salto in un universo grottesco e disturbante che ci appartiene in toto, ma di cui, nonostante tutto, troppo spesso non riusciamo a comprendere lo schifo che lo pervade.

Visualizzato con segni rapidi ed espressionisti che proiettano sulle tavole disegnate elementi e situazioni scioccanti, carichi di elevata forza satirica, Cruel and unusual è ambientato in prevalenza all'interno di una prigione privata della Florida strutturata come un inferno dantesco e votata al profitto di coloro che la gestiscono. In questo contesto, la direttrice-manager designata a contenere le perdite e a incrementare i guadagni - una bella donna con parecchi scheletri nell'armadio, mandata lì sotto ricatto - cerca di non soffocare nella melma in cui si ritrova immersa, industriandosi per portare all'attenzione dell'opinione pubblica le nefandezze inaudite che avvengono in quel luogo.
Ma come si può de-anestetizzare un popolo che considera i pregiudicati come carne da macello e la pena di morte come uno spettacolo da prima serata televisiva?

Proposto in Italia in un bel volume di 128 pagine (il progetto grafico e l'impaginazione sono di Daniele Tomasi), a tiratura limitata e numerata (999 copie), con belle traduzioni a cura di Giovanni Vito DiStefano e Cesare Giombetti e una copertina inedita realizzata dal talentuoso Davide De Cubellis, Cruel and unusual è inserito nella Collana Visioni, nell'ambito della quale è già stato pubblicato 2020 Visions, un'antologia di racconti scritti ancora da Delano e illustrati da talenti come Frank Quitely, Warren Pleece, Steve Pugh e James Romberger.

Il libro (che costa 21 euro e 90) propone, in appendice, anche una bella sezione di schizzi e layout realizzati da McCrea (noto al pubblico italiano soprattutto per Hitman e The Boys, due serie di culto scritte dal suo connazionale Garth Ennis), un'intervista agli autori e due interessanti excursus storico-critici redatti dagli infaticabili DiStefano e Giombetti.